3 maggio, la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa. In Italia coincide con il ricordo dei giornalisti uccisi dalle mafie

Un elenco che non dovrebbe esistere
Cosimo Cristina. Mauro De Mauro. Giovanni Spampinato. Giuseppe Fava. Giancarlo Siani: sono nomi che appartengono a stagioni diverse della storia italiana, a latitudini geografiche lontane, ma accomunati da un destino identico: morire per aver scritto la verità.
Domani, 3 maggio, ricorre la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa, istituita dall’ONU nel 1993. In Italia quesra data porta con sé un peso specifico: è anche il giorno dedicato alla memoria dei giornalisti uccisi dalle mafie, voluto da Ossigeno per l’Informazione e sostenuto dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti. Non si tratta di una cerimonia retorica, ma di fare i conti con una storia che la Repubblica italiana ha spesso preferito non raccontare fino in fondo.

Lotta alle mafie di Simona Barberio
Il primo martire: Cosimo Cristina, ventitré anni e una penna scomoda
Pochi conoscono il nome di Cosimo Cristina e questo silenzio è già di per sé una forma di ingiustizia.
Nato nel 1937 a Termini Imerese, in Sicilia, Cristina era un giovane giornalista freelance che collaborava con alcune testate locali e si era messo ad indagare sui traffici illegali nella sua provincia. Aveva ventitré anni quando il suo corpo fu trovato sui binari della ferrovia Palermo-Messina, nel maggio del 1960. La morte fu archiviata come suicidio, ma nessuno che lo conoscesse ci credette davvero. Oggi Cosimo Cristina è considerato dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana il primo giornalista ucciso dalla mafia nel dopoguerra. Quel treno, quella mattina di primavera, non portava solo via un ragazzo bensì la possibilità stessa di sapere quello che stava scoprendo. Settant’anni dopo, molti atti della sua storia restano classificati o dispersi negli archivi.
Antonio Gramsci e la prigione come silenziamento
Prima ancora di Cristina, c’è una figura che appartiene alla storia del giornalismo italiano con una forza simbolica straordinaria: Antonio Gramsci. Fondatore de L’Ordine Nuovo e poi de l’Unità, Gramsci fu arrestato dal regime fascista nel 1926 con l’accusa di cospirazione. Il pubblico ministero pronunciò una frase diventata tristemente celebre: “Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare per vent’anni.” Morì nel 1937, dopo anni di carcere e malattia, senza aver mai riottenuto la libertà. Gramsci non fu ucciso con un colpo di pistola ma con la lentezza calcolata della detenzione, con la negazione sistematica delle cure, con l’isolamento. Il regime capì prima di molti altri che il giornalismo non è solo un mestiere: è una forma di potere alternativo, e come tale va neutralizzato. La prigione fu la sua bara anticipata.
Marrazzo, De Mauro, Fava: i decenni del piombo editoriale
Gli anni Sessanta e Settanta segnarono una stagione di stragi e misteri in cui il giornalismo investigativo italiano fu messo alla prova in modo brutale. Mauro De Mauro, giornalista de L’Ora di Palermo, scomparve nel settembre del 1970 mentre indagava sulla morte di Enrico Mattei e sui traffici di droga di Cosa Nostra. Il suo corpo non fu mai ritrovato. Sua figlia Junia ha dedicato decenni a chiedere verità, trasformando il lutto privato in una battaglia pubblica per la memoria.racconri
Racconti di quegli anni
Pino Marrazzo, il giornalista di Report poi diventato governatore del Lazio, raccontò in quegli anni storie che molti preferivano non sentire, e subì pressioni di ogni tipo. Ma fu Giuseppe Fava, drammaturgo e direttore de I Siciliani, a pagare il prezzo più alto: venne assassinato a Catania nel gennaio del 1984, davanti al teatro Verga, con cinque colpi di pistola. Fava aveva scritto e detto apertamente che la mafia non era un fenomeno folkloristico ma il cuore economico e politico di un sistema di potere. Aveva dato i nomi ed indicato i volti. “Fava non era imprudente,” ha dichiarato Riccardo Orioles, suo collaboratore e co-fondatore de I Siciliani, in una delle tante interviste rilasciate negli anni. “Era semplicemente uno che non accettava di abbassare la voce e in certi contesti, quello basta.”
Giancarlo Siani: Napoli, la camorra e un articolo mai dimenticato

Il caso di Giancarlo Siani è forse il più noto al grande pubblico, anche grazie al film Il giornalista di Marco Risi e alle campagne dell’associazione Articolo 21. Siani, dopo aver preso la maturità classica ed essersi iscritto alla facoltà di sociologia, lavorava come praticante per Il Mattino di Napoli e seguiva la cronaca di Torre Annunziata, un territorio già allora in mano alla camorra. Nel settembre del 1985, a ventiquattro anni, fu raggiunto da sei colpi di pistola mentre tornava a casa. Aveva pubblicato un articolo in cui ricostruiva i legami tra un boss camorrista e alcune figure politiche locali. La sua morte non fu soltanto un crimine ma soprattutto un messaggio inviato a tutta la categoria: certe cose non si scrivono, certe connessioni non si nominano.
Per me un esempio
Che quel messaggio abbia funzionato, almeno in parte, è qualcosa con cui il giornalismo italiano fa i conti ancora oggi. Il suo volto, fissato in un busto, accoglie chi entra all’Ordine dei Giornalisti della Campania e non è una decorazione: è una presenza.
Quando sono diventata giornalista
Chiunque abbia varcato quella soglia per conseguire il tesserino, con la tensione e l’emozione proprie di un momento che segna una scelta di vita, ha incrociato quegli occhi di bronzo e ha capito, forse per la prima volta davvero, il peso di ciò che stava scegliendo di fare. Chi scrive queste righe lo sa bene: in quella sala, tra quelle pareti cariche di storia, il giornalismo ha smesso di essere una parola astratta e ha preso la forma concreta di una responsabilità. Siani non ha potuto finire il suo lavoro, tocca a chi viene dopo non dimenticarlo, e soprattutto non smettere di farlo.
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: Somalia, 1994
Il 20 marzo 1994, a Mogadiscio, Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin furono uccisi in un agguato mentre tornavano da Bosaso, nel nord della Somalia. Ilaria era inviata del TG3 e stava indagando su un traffico di rifiuti tossici e di armi che coinvolgeva navi italiane e clan somali. Aveva ventisette anni. La vicenda di Ilaria Alpi ( che da il nome alla scuola media che ho frequentato e che prima era intitolata a Dante Alighieri! ) è diventata nel tempo uno dei casi più controversi e dolorosi della storia del giornalismo italiano. Le commissioni parlamentari d’inchiesta si sono succedute per decenni senza produrre una verità definitiva. I condannati sono stati poi assolti. Il movente reale non è mai stato accertato con certezza. Maria e Giorgio Alpi, i genitori, hanno lottato fino alla fine per ottenere giustizia.
Il caso
Quello che rimane, al di là delle sentenze, è la certezza che due persone siano state uccise per quello che sapevano o stavano per scoprire.” Il caso Alpi è la cartina di tornasole dell’informazione italiana,” ha scritto Stefano Lamorgese, giornalista e autore di numerose inchieste sui depistaggi di Stato. “Non capire cosa sia successo davvero significa non capire come funzionano certi meccanismi di potere in questo Paese.”
Joe Marrazzo: il Nocerino che intervistò i boss

Come ha fatto Joe Marrazzo a non essere ammazzato?
Giuseppe Marrazzo, detto Joe, nacque a Nocera Inferiore nel 1928 e costruì una carriera interamente consacrata alle inchieste sulle organizzazioni criminali, Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta. Entrò nelle loro storie, ne incontrò i protagonisti, scrisse libri e realizzò documentari televisivi che nessun altro in Italia aveva osato fare prima. Nel corso della sua vita professionale subì numerose intimidazioni e minacce, tra cui l’incendio di tre automobili, eppure non ebbe mai la scorta, che all’epoca non si concedeva ai giornalisti.
Qualcosa di più sottile
Ma c’è qualcosa di più sottile, e forse più interessante, nel modo in cui Marrazzo riuscì a lavorare per così tanto tempo in quella zona di pericolo. Non si limitò ad approfondire temi scottanti: riuscì, con impareggiabile empatia, a entrare nella psicologia dei personaggi che intervistava. Quella capacità di ascolto, quasi terapeutica, quasi letteraria, lo rese qualcosa di diverso da un avversario agli occhi di chi lo incontrava. Non era un accusatore, ma uno che capiva, o almeno che sapeva far credere di capire. L’editore Tullio Pironti ricordò che Raffaele Cutolo aveva un grande rispetto per Joe Marrazzo. Un boss della camorra che rispetta il giornalista che lo sta raccontando: questa frase da sola contiene un’intera filosofia del giornalismo d’inchiesta
Il Camorrista
Dal suo libro Il Camorrista, pubblicato nel 1984, fu tratto l’anno successivo l’omonimo film che segnò l’esordio alla regia di Giuseppe Tornatore. Roberto Saviano ha dichiarato apertamente di essere debitore a quel libro per molti degli spunti che avrebbero alimentato Gomorra. Esiste dunque una linea diretta, quasi genealogica, che da Marrazzo porta alle narrazioni più potenti sulla criminalità organizzata italiana degli ultimi decenni. Una eredità costruita su un equilibrio rarissimo: dire tutto senza smettere di respirare.
Morire nel proprio letto
Forse sopravvisse perché era un narratore prima che un giudice o forse perché la RAI degli anni Settanta e Ottanta offriva ancora una certa protezione istituzionale, un riflettore abbastanza forte da rendere pericoloso colpirlo o forse, semplicemente, per fortuna, quella fortuna capricciosa e ingiusta che salvò lui e non salvò Siani, non salvò Fava, non salvò tanti altri. In ogni caso, Joe Marrazzo rimane una figura anomala nella storia del giornalismo italiano: un uomo che guardò in faccia il peggio del suo Paese e morì con gli occhi aperti, nel suo letto, a Roma.
La dimensione globale: i giornalisti uccisi nelle guerre
Il problema non riguarda solo l’Italia.
Secondo i dati aggiornati di Reporters Sans Frontières, ogni anno decine di giornalisti vengono uccisi in zone di conflitto o in paesi in cui la libertà di stampa è sistematicamente compressa. La Siria, il Messico, l’Ucraina, la Palestina: i fronti sono mutati nel corso dei decenni, ma la dinamica è rimasta identica. Chi informa diventa un bersaglio. La guerra in Ucraina, iniziata su larga scala nel febbraio del 2022, ha già prodotto un numero significativo di vittime tra i giornalisti. Cameraman, fotografi, reporter: molti sono morti sotto i bombardamenti, altri in circostanze che non sono mai state del tutto chiarite. La distinzione tra combattente e osservatore si assottiglia quando le bombe non distinguono tra un soldato e un microfono.
Un mestiere che non dovrebbe essere pericoloso
C’è qualcosa di profondamente distorto in un sistema in cui fare il giornalista equivale, in certe situazioni, a rischiare la vita. Non si tratta di eroismo, parola che i giornalisti più seri tendono a respingere, ma di un diritto fondamentale che viene negato con la violenza. Il diritto di chi scrive di poter lavorare, e il diritto di chi legge di poter sapere. “Non bisogna romanticizzare questa storia,” ha affermato Ismail Einashe, giornalista britannico di origine somala che ha lavorato in diverse zone di conflitto. “Ogni nome in quegli elenchi è una perdita concreta, una storia che non è stata raccontata, un’inchiesta che qualcuno ha voluto bloccare. La memoria serve, ma deve tradursi in strutture di protezione reali, non in cerimonie.
3 maggio: cosa significa ricordare
Domani, nel giorno dedicato alla libertà di stampa e alla memoria dei giornalisti uccisi dalle mafie, l’Italia si troverà ancora una volta a fare un bilancio. Sono oltre venti i giornalisti italiani riconosciuti vittime della criminalità organizzata. I fascicoli aperti, i cold case, le verità parziali: il catalogo dell’incompiuto è lungo.Ricordare non basta. Ma ricordare, con precisione, con nomi e date e circostanze, è il minimo che si possa fare. È l’atto più elementare di resistenza contro chi ha creduto di poter far sparire non solo le persone, ma le domande che quelle persone avevano cominciato a fare. Cosimo Cristina aveva ventitré anni. Giancarlo Siani ventiquattro. Ilaria Alpi ventisette: erano ragazzi con un taccuino in mano. Questo, più di qualsiasi altra cosa, dovrebbe farci riflettere.

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