L’ultima frontiera del calcio: se la passione si rifugia dove finisce la bramosia
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L’ultima frontiera del calcio: se la passione si rifugia dove finisce la bramosia

L’ultima frontiera del calcio: se la passione si rifugia dove finisce la bramosia

C’è un momento preciso in cui capisci che il calcio, quello con la “C” maiuscola, ha cambiato pelle, e non sempre in meglio.

Per chi, come me, ha iniziato a seguire e ad amare questo sport nella seconda metà degli anni ’80, il confronto con il presente è un esercizio di nostalgia mista a una lucida consapevolezza: il divertimento puro è stato lentamente barattato con il profitto.

Quarant’anni fa il calcio era un rito collettivo. C’era l’attesa domenicale, il profumo della carta della schedina tra le dita sperando in un “13” che avrebbe cambiato la propria vita, e quel silenzio quasi religioso interrotto solo dalle voci gracchianti di Tutto il calcio minuto per minuto ( nasco con la radiocronaca di Sandro Ciotti e di Bruno Pizzul e cercavo di imitarli, con il mio “quadernetto della domenica” ). Aspettavo il pomeriggio per vedere le facce dei nostri eroi a 90° Minuto o per sorridere, la sera, con l’ironia garbata di Raimondo Vianello a Pressing. Oggi, quel mistero è stato ucciso dallo “spezzatino” televisivo e da un’overdose di immagini che ha trasformato il tifoso in un cliente da spremere.

Le squadre non sono più “bandiere”, ma aziende. Questo porta a comportamenti dei calciatori che aborro, come direbbe Giampiero Mughini (mercenarismo, mancanza di attaccamento), perché il calciatore è diventato un professionista che cura il proprio brand prima della maglia.

Nel 1988 si giocava quasi sempre la domenica alle 14:30, oggi si gioca ogni tre giorni per massimizzare i diritti TV e questo logora i giocatori e abbassa la qualità dello spettacolo.

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Inoltre tra proteste eccessive ( vedi Leao sostituito contro la Lazio ), simulazioni ( Bastoni tra i più recenti ed eclatanti ), e dichiarazioni post-partita sempre più filtrate dal marketing e meno dalla sincerità, il livello di sportività sembra essersi abbassato. Nel 1988 c’era una durezza diversa, forse più “fisica”, ma vigeva anche un rispetto del campo che oggi viene spesso sacrificato sull’altare del nervosismo e della pressione mediatica.

L’analisi del campionato attuale conferma questo senso di distacco. L’Inter si avvia a vincere uno scudetto con una superiorità quasi industriale, noiosa, scontata a tratti, mentre il mio Milan, vittima di una discontinuità snervante, non è riuscito a tenere il passo, deliziando raramente i palati più fini con un gioco davvero coinvolgente. Essere tifosi del Milan e dover ammettere che il gioco latiti è un esercizio di onestà intellettuale notevole. Per chi ha visto il Milan di Sacchi, Capello o Ancelotti, il “DNA rossonero” è sempre stato legato alla bellezza e al dominio del campo. Vedere oggi una squadra che fatica a trovare un’identità fluida, che vive di strappi individuali ( spesso affidati a Leao ) anziché di una struttura corale, lascia un senso di incompiuto.

insomma, che splendida annata per iniziare! Il 1988 è l’anno in cui il Milan di Sacchi vinceva il suo primo scudetto, l’Olanda di Van Basten incantava l’Europa e il calcio italiano si preparava a diventare il centro del mondo.

Comunque se cerchiamo un’anima in questa Serie A, paradossalmente, dobbiamo guardare altrove: al Como di Fàbregas, forse l’unica realtà capace di esprimere un calcio appassionante e coraggioso in un deserto di pragmatismo. La società lariana ha puntato su giocatori che sanno “dare del tu” al pallone (penso a Nico Paz, un talento che sembra uscito da un’altra epoca per visione e tocco). A differenza di molte “piccole” o medie che si chiudono, il Como cerca sempre di imporre il proprio gioco, con una filosofia europea. C’è un’idea dietro, un progetto tecnico che non guarda solo al risultato sporco, ma alla qualità dell’espressione di gioco. È quel “coinvolgimento” che cerco e che spesso manca nei grandi palcoscenici.

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Ma la vera ferita è morale. In un mondo dove i calciatori percepiscono ingaggi da capogiro, cifre che sfidano ogni logica di giustizia divina di fronte a guerre e povertà, il gioco sembra aver accantonato la sua funzione sociale. Anche le piazze storiche della nostra provincia soffrono: penso alla mia Nocerina che milita tuttora in Serie D, una passione di una vita che quest’anno ha deluso profondamente, persa tra colpe spartite tra società, allenatori e giocatori che sembrano aver smarrito il senso della maglia. Ecco perché, sempre più spesso scelgo di rifugiarmi dove il calcio è ancora “nudo”. Nelle partite di Prima, Seconda o Terza Categoria, dove non ci sono i miliardi ma c’è il fango, dove non ci sono i diritti TV ma c’è l’odore dell’erba e il rumore secco dei tacchetti. Lì, tra i dilettanti, resiste ancora quell’entusiasmo genuino che la Serie A e la B hanno venduto alle pay-tv. Spesso tra i dilettanti si trova quella purezza tattica e quella passione viscerale che il calcio miliardario a volte smarrisce.

Tuttavia resta qualcosa di magico nel legame tra la Serie A e il calcio dilettantistico: la prima è lo spettacolo, il sogno; il secondo è il cuore pulsante, dove il profumo dell’erba (o della terra battuta) e il rumore dei tacchetti sugli spogliatoi sono ancora autentici.

Ciononostante il calcio resta, come diceva qualcuno, la cosa più seria tra quelle meno importanti (cit. Arrigo Sacchi) ed è per questo che, sebbene persistano la rabbia e il disincanto per un sistema che sembra aver perso la bussola, continuerò a seguirlo, cercando, tra un campetto di periferia e una sorpresa come il Bologna o il Como, quel brivido che nel 1988 mii fece innamorare per la prima volta.

Annalisa Capaldo

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