Morin e la complessità: un maestro che non si dimentica. Venerdì 29 maggio 2026 Edgar Morin ci ha lasciati, a 104 anni. Una vita così lunga da sembrare quasi un’eccezione alle leggi del tempo, eppure coerente con il pensiero di un uomo che aveva fatto della complessità la propria bussola intellettuale.
Non provo recriminazione, leggendo la notizia, solo una nostalgia rassegnata, quella che si prova per chi ti ha insegnato a guardare il mondo con occhi diversi e che ora, semplicemente, non c’è più.
Morin è stato uno dei miei maestri, non nel senso istituzionale del termine, ma in quello più profondo: i suoi libri mi hanno plasmata, e continuo a tornarci come si torna a certi posti della memoria che non smettono di avere qualcosa da dire.
L’ho incontrato attraverso gli anni del liceo classico, quella scelta difficile che qualcuno ancora mi rimprovera affettuosamente, “potevi fare il magistrale, insegnavi col diploma come tante “, e poi nei corridoi della facoltà di Sociologia, dove mi sono laureata nel 2002 con un piano di studi costruito attorno alla filosofia come fosse una seconda casa. Non erano scelte immediatamente spendibili sul mercato del lavoro, è vero. Lo sapevo allora, lo so adesso, tuttavia non me ne pento. Quelle discipline mi hanno dato qualcosa di più raro, ossia un pensiero critico, poliedrico, capace di reggere la complessità senza spezzarsi.
Il pensiero complesso: oltre la frammentazione
La teoria centrale di Morin ruota attorno a un’idea apparentemente semplice, ma rivoluzionaria nella sua portata: la realtà non si lascia comprendere separando le parti dal tutto.
I sistemi complessi, biologici, sociali, cognitivi, si comportano in modi che nessuna delle loro componenti, presa isolatamente, consente di prevedere. L’emergenza, il fenomeno per cui dalle interazioni nascono proprietà nuove e irriducibili, è la dimostrazione più eloquente di questo principio.
Da sociologa e da appassionata di filosofia, questa intuizione mi ha sempre risuonato con forza.
La sociologia stessa, quando è praticata con rigore, è una disciplina che rifiuta la semplificazione: essa studia l’umano nel suo contesto, nelle sue contraddizioni, nelle sue interdipendenze invisibili. Morin, con il suo pensiero complesso, non faceva altro che radicalizzare questa postura epistemologica, estendendola a tutte le forme di conoscenza.
Nel suo saggio “La sfida della complessità”, l’autore descrive i processi non lineari come la regola, non l’eccezione. Piccole cause producono effetti sproporzionati. L’imprevedibilità non è un difetto del sistema, bensì la sua natura autentica. Questa visione smantella il mito deterministico che ha governato il pensiero occidentale per secoli, quel rassicurante schema causa-effetto che promette controllo laddove esiste solo negoziazione continua con l’incerto.
La dialettica tra ordine e disordine
Uno degli aspetti che più mi ha affascinato del pensiero di Morin è il suo modo di trattare il disordine: non come un nemico da eliminare, ma come una forza costitutiva. Ordine e disordine non sono opposti inconciliabili, ma forze complementari che, nel loro conflitto, generano strutture nuove. L’evoluzione stessa, biologica e culturale, si nutre di questa tensione.
Ricordo la prima volta che lessi questo concetto durante i miei anni universitari ed ebbi la precisa sensazione di trovare un linguaggio per qualcosa che intuivo da sempre. Il liceo classico mi aveva abituata al paradosso, alla contraddizione come luogo del pensiero piuttosto che come ostacolo da superare. Sofocle e Platone insegnano esattamente questo: che la complessità dell’umano non si risolve, si abita.
I sette saperi e la riforma dell’educazione
Nel 1999, su incarico dell’UNESCO, Morin elaborò i sette saperi necessari all’educazione del futuro, un testo che rimane, a mio avviso, tra i contributi più lucidi e urgenti sulla crisi della scuola contemporanea. Al centro della proposta c’è una critica radicale alla frammentazione disciplinare: la specializzazione, pur producendo progressi straordinari nei singoli campi, isola la conoscenza dal suo contesto, la decontestualizza fino a renderla cieca.
Il primo sapere riguarda proprio la conoscenza della conoscenza: Morin chiede alla scuola di formare gli studenti alla consapevolezza dei processi cognitivi, dei loro limiti, delle propensioni all’errore e all’illusione. Non è un invito allo scetticismo sterile, ma a quella che lui chiama “umiltà epistemologica”, la capacità di dubitare senza paralizzarsi, di agire pur sapendo che la nostra mappa non coincide mai perfettamente col territorio.
Il terzo sapere, insegnare la condizione umana, è forse il più vicino al mio percorso di studi. Morin sostiene che la scuola dovrebbe riunire le conoscenze disperse nelle scienze naturali, nelle scienze umane, nella letteratura e nella filosofia, per restituire all’educazione una visione integrata dell’essere umano.
Ogni volta che mi ritrovo ad insegnare, a ragionare, a scrivere, sento che quello che ho studiato, la sociologia, la filosofia, i classici del liceo, lavorano insieme, non in compartimenti stagni. Questa è la “testa ben fatta” di cui Morin parlava, non un archivio di nozioni, ma la capacità di connettere.
Un’eredità che resta
Chi studia filosofia o scienze umane sente spesso ripetere che ha scelto la via piu difficile, con meno sbocchi, quella meno pratica. Rispondo sempre allo stesso modo: dipende da cosa si intende per pratico. Saper pensare, saper leggere la complessità senza fuggirne, saper scrivere con precisione e consapevolezza, tutto questo è profondamente pratico. Morin lo aveva capito meglio di chiunque altro, e lo ha dimostrato costruendo un’opera immensa, capace di dialogare con la fisica quantistica, con l’antropologia, con la pedagogia, con la politica.
La sua morte non è una perdita nel senso ordinario del termine. Un uomo che ha vissuto 104 anni lasciando un simile corpus di pensiero non scompare, al contrario si trasforma in eredità. La nostalgia che provo oggi è quella di chi sa che non ci sarà un’altra voce come la sua, almeno non in questa forma, non con questa coerenza. La sfida della complessità che lui ci ha consegnato rimane aperta e raccoglierla, con gli strumenti che ci ha dato, è il modo migliore per ricordarlo.
Edgar Morin: vita, studi e pensiero di un intellettuale centenario
Edgar Nahoum, conosciuto nel mondo come Edgar Morin, nasce l’8 luglio 1921 a Parigi, in una famiglia ebrea sefardita con origini toscane, nel Livornese. Il padre è un commerciante di Salonicco, la madre muore quando Edgar ha appena dieci anni. Una perdita precoce che segna l’infanzia di un bambino già curioso, appassionato di lettura, di cinema e di ciclismo.
Morin studia filosofia alla Sorbona e consegue un dottorato in sociologia alla École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. La sua formazione non rimane però confinata nell’accademia: nel 1940, con l’invasione nazista della Francia, scappa a Tolosa, approfondisce gli studi sul marxismo e contribuisce ad aiutare gli esuli. Due anni più tardi aderisce al Partito Comunista Francese, ottiene una licenza di diritto e poi entra nella Resistenza come tenente delle forze combattenti.
Dal 1950 al 1989 è direttore del Centre National de la Recherche Scientifique, nel 1967 fonda la rivista “Communications”. Nel 1969 si trova al Salk Institute di La Jolla, in California, dove approfondisce le scoperte nel campo della genetica e del DNA e sviluppa una passione per la cibernetica e le teorie dell’informazione. Interessi apparentemente distanti tra loro, che nella sua mente diventano le fondamenta di un pensiero capace di connettere tutto.
Nel 1998 viene nominato presidente del Comitato Scientifico per la Riforma dei Saperi nelle Scuole Secondarie Superiori dal ministro francese dell’Istruzione Claude Allègre. L’anno successivo pubblica per l’UNESCO i sette saperi necessari all’educazione del futuro, il testo che lo rende noto in tutto il mondo e che continua a essere studiato nelle università di ogni continente.
Foto: Wikimedia Commons / Fronteiras do Pensamento
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