Breve saggio sulla genitorialità (Generata con AI (GPT IMAGE 1))
Campania 3 min di lettura

Breve saggio sulla genitorialità

Una soglia, non un merito

Breve saggio sulla genitorialità Alcuni sentimenti esistono solo dopo, mai prima, né a metà, giammai per approssimazione. Esistono dopo che qualcosa è accaduto nel corpo e nella vita di una persona, e quel qualcosa ha un nome semplice: diventare genitore.
Ho imparato col tempo a non parlare più di questi sentimenti come di un possesso da rivendicare, ma come di una condizione. Naturalmente non è una colpa non averli provati. Non è un merito averli provati, consiste semplicemente nell’ accadere o non accadere, attraversare una soglia oppure restarne fuori, senza che questo dica nulla sul valore di una persona.

Il fiume di Eraclito


Eraclito diceva che tutto scorre, che non ci si bagna due volte nello stesso fiume perché l’acqua è già cambiata e anche chi entra nel fiume è già un altro. Quando ho avuto i miei figli ho capito che quella frase non era solo un esercizio filosofico da liceo, ma una descrizione esatta di quello che stavo vivendo. Sono entrata in un fiume e non sono più uscita la stessa persona di prima. Il punto è che da fuori, dalla riva, questo cambiamento non si vede ma lo si scorge solo da dentro.

Paure che non si possono immaginare


Per questo penso che ci siano paure che semplicemente non possono essere immaginate da chi non le ha attraversate. La paura per la salute di un figlio, per esempio, non è una versione più intensa della preoccupazione che si può avere per chiunque altro, no, nient’ affatto, è un’altra cosa, qualitativamente diversa, perché nasce da un legame che ha modificato la struttura stessa di chi lo sente. Winnicott parlava di una specifica disposizione mentale che si attiva nella madre dopo la nascita, qualcosa che lui descriveva quasi come uno stato alterato, transitorio e necessario.

Una gioia con una porta d’accesso

Credo che la stessa logica valga per la gioia, non solo per la paura. Sussistono forme di gioia che hanno bisogno di un corpo che ha generato, di una notte passata a vegliare, di anni di gesti ripetuti senza essere visti da nessuno. Non rappresentano gioie superiori, però hanno una porta d’accesso, e quella porta si chiama esperienza diretta.

Non una gerarchia, ma due rive

Il rischio, quando si dice una cosa come questa, è che venga letta come una gerarchia, come se chi ha figli stesse dicendo a chi non ne ha: tu sei meno, tu non puoi capire, tu sei fuori. Non è questo il punto. Il nocciolo della questione è che esistono regioni dell’esperienza umana accessibili solo a chi le abita, e questo vale in entrambe le direzioni. Anche io, che sono madre, non posso comprendere davvero cosa significhi non esserlo mai stata, e cosa comporti costruire un’identità intera senza passare da quella soglia. Non lo so, e sarebbe disonesto fingere di saperlo.

SponsorizzatoBraiShop 2

Il limite come atto di rispetto

Forse la cosa più onesta che si possa fare è questa: riconoscere i confini della propria esperienza senza trasformarli in muri, e senza usarli come misura del valore di chi sta dall’altra parte. Si può raccontare quello che si è vissuto, provando a renderlo comprensibile a chi non l’ha sperimentato, sapendo già in partenza che la comprensione resterà parziale. È un limite, ma è anche un atto di rispetto: verso la propria esperienza, che non viene sminuita per renderla digeribile a tutti, e verso l’esperienza altrui, che non viene giudicata per il solo fatto di essere diversa.

Πάντα ῥεῖ

Breve saggio sulla genitorialità Πάντα ῥεῖ, tutto scorre, persino le vite che non si toccano scorrono parallele, ciascuna con le proprie acque, ciascuna vera nel proprio letto.

Foto: Foto propria

Condividi: