La Settimana Enigmistica, il rito che dura da novant’anni
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La Settimana Enigmistica, il rito che dura da novant’anni

Il 23 gennaio 1932, a Milano, uscì il primo numero de La Settimana Enigmistica. Costava cinquanta centesimi e portava in copertina il volto dell’attrice messicana Lupe Vélez, ricostruito attraverso le caselle scure di un cruciverba. Sedici pagine di carta semplice, una testata nera, una griglia fitta: niente, all’apparenza, lasciava presagire che quell’oggetto sarebbe diventato un’abitudine capace di attraversare quasi un secolo.

Un’idea nata dall’enigmistica austriaca

A metterlo in edicola fu Giorgio Sisini, ingegnere sardo e conte di Sant’Andrea. L’idea gli arrivò osservando l’enigmistica austriaca, in particolare la rivista Das Rätsel, complice anche il legame con la futura moglie austriaca Idell Breitenfeld.

Il vero colpo, però, non fu soltanto importare i cruciverba in Italia, fu trasformarli in un rito condiviso da milioni di persone.

Il rito quotidiano degli italiani

Una matita sul tavolo, il giornale piegato accanto al caffè, qualcuno che chiede quante lettere serva una parola, qualcun altro che finge di non guardare le soluzioni: sono immagini che si sono ripetute per decenni in treno, al mare, in cucina, nella sala d’attesa del medico. La Settimana Enigmistica si è imposta con quell’aria un po’ severa e domestica, diventando parte delle abitudini quotidiane di intere generazioni.

Il giornale senza pubblicità

Un dettaglio che oggi sembra quasi fuori mercato riguarda la pubblicità. La Settimana Enigmistica divenne famosa proprio per non ospitarla, sebbene le fonti ricordino alcune eccezioni storiche, soprattutto tra gli anni Cinquanta e Sessanta, che impediscono di raccontarla come una purezza assoluta. Resta comunque il punto di fondo: per decenni questo giornale vendette giochi, carta e silenzio, non rumore.

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Forse fu proprio questa scelta a costituire la sua forza, dato che non inseguì il lettore ma lo aspettò, mantenendo le stesse abitudini grafiche, le rubriche al loro posto, il linguaggio asciutto, la promessa di un’ora da perdere bene.

Novant’anni di concentrazione

Nel 1932 l’Italia era un Paese molto diverso da quello di oggi. Cambiarono la guerra, la radio, la televisione, internet, i telefoni in tasca, ma quella copertina continuò a dire una cosa semplice: sedersi, ragionare, cancellare, riprovare. Quella prima pagina non prometteva modernità, bensì concentrazione, e probabilmente fu proprio questa la sua intuizione più importante.

Nata in sedici pagine e cresciuta senza fare rumore, La Settimana Enigmistica è diventata il giornale che non aveva necessità di cambiare, capace di restare fedele a se stessa attraverso quasi un secolo di storia italiana.

Foto: Foto propria

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