Carlo Ginzburg non c’è più (Generata con AI (GPT IMAGE 1))
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Carlo Ginzburg non c’è più

È morto a Bologna, nella notte tra martedì e mercoledì, Carlo Ginzburg. Aveva ottantasette anni ed era considerato lo storico italiano più conosciuto all’estero, tra gli autori contemporanei più tradotti al mondo. Con la sua scomparsa l’Italia perde una delle voci più rigorose ed originali della cultura del secondo Novecento, capace di tenere insieme l’erudizione accademica e la passione civile per le storie minori, quelle che la storiografia tradizionale aveva sempre lasciato ai margini.

Una vita nata sotto il segno dell’impegno intellettuale

Carlo Ginzburg nasce a Torino nel 1939, figlio di due figure centrali della cultura italiana del Novecento: l’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e la scrittrice Natalia Ginzburg. Il libro più famoso e celebrato di Natalia Ginzburg è Lessico famigliare (pubblicato nel 1963), con cui l’autrice ha vinto il Premio Strega nello stesso anno.e che sarà la mia lettura estiva.

Crescere in una famiglia simile significa respirare fin da bambino l’idea che la cultura sia anche responsabilità civile, un principio che attraverserà tutta la sua opera di storico. Si forma alla Scuola Normale di Pisa, dove diventerà poi professore emerito, ed insegna dagli anni Settanta all’università di Bologna. La sua carriera accademica attraversa anche gli Stati Uniti, con incarichi a Harvard, Yale, Princeton e all’università della California di Los Angeles, costruendo un dialogo costante tra la tradizione storiografica europea e quella americana.

La scoperta dei benandanti e l’inizio di un metodo

Negli anni Sessanta, mentre studia i documenti dell’Archivio arcivescovile di Udine, Ginzburg porta alla luce un culto contadino diffuso in Friuli tra il Cinquecento e il Seicento. I suoi protagonisti sono guaritori popolari, considerati una sorta di sciamani, perseguitati dall’Inquisizione con l’accusa di eresia. Da questa scoperta nasce il suo primo libro, pubblicato nel 1966, in cui rintraccia le radici di questo culto in credenze ancora più antiche diffuse nell’Europa centrale. È un lavoro che anticipa già il suo modo di guardare alla storia, quello di partire da un dettaglio minimo per risalire a fenomeni di portata molto più ampia.

Il formaggio e i vermi, il libro che ha cambiato la storiografia

Dieci anni più tardi arriva il libro che lo consacra come uno dei grandi storici del Novecento. Il formaggio e i vermi, pubblicato nel 1976, racconta il processo a un mugnaio friulano accusato di eresia per le sue idee personali sull’origine del mondo e sulla figura di Gesù Cristo. Attraverso questa vicenda apparentemente marginale, Ginzburg costruisce una riflessione profonda sui rapporti di forza tra la cultura delle classi dominanti e quella popolare, restituendo dignità storica a un pensiero che altrimenti sarebbe rimasto sepolto negli archivi. Proprio da questo approccio nasce la microstoria, la corrente storiografica che Ginzburg contribuisce a fondare insieme ad altri studiosi italiani. Con Einaudi, editore storico di molti suoi libri, cura per anni la collana che porta proprio questo nome, dedicata a indagare le vite delle persone comuni in contrapposizione alla storia che racconta solo i grandi eventi e i potenti.

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Uno sguardo critico sul presente

Il lavoro di Ginzburg non si esaurisce nello studio del passato. Nel 1991 pubblica Il giudice e lo storico, un saggio in cui applica il metodo dello storico all’analisi dei documenti e delle procedure investigative del processo per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, dimostrando come gli strumenti della ricerca storica possano illuminare anche le vicende più controverse della cronaca contemporanea. Negli anni successivi la sua riflessione si sposta sempre più verso la storia del pensiero politico e sulle questioni di metodo, affrontando in particolare il rapporto complesso tra verità e menzogna nella ricostruzione storica. Per Ginzburg lo storico deve mantenere una distanza giusta dall’oggetto del proprio studio, senza lasciarsi catturare da un’unica prospettiva, un equilibrio che secondo lui riguarda non soltanto la ricerca accademica ma qualsiasi tentativo umano di comprendere chi è diverso da noi.

L’ultima riflessione pubblica

In un’intervista del 2023 alla rivista Lucy, Ginzburg aveva spiegato come il suo metodo storico potesse essere applicato anche alla vita quotidiana, in particolare nel rapporto con persone diverse da noi. Secondo lui comprendere davvero un’altra persona richiede di rimettere costantemente in discussione le ipotesi che ci formiamo a partire da tratti fisici, espressioni e intonazioni di voce, per arrivare al senso autentico di quello che ci viene comunicato. Una lezione che resta come l’eredità più preziosa di un intellettuale che ha dedicato la vita a dare voce a chi la storia aveva sempre ignorato, insegnando a chiunque si occupi di cultura, di scuola o di informazione che ogni dettaglio, anche il più piccolo, può custodire una verità più grande.

Foto: Foto propria

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