Ventisette anni di esame di Stato, ventisette prime prove di Maturità con la tipologia dell’analisi del testo, ventisette occasioni in cui il Ministero dell’Istruzione ha scelto un autore da consegnare agli studenti italiani come punto di riferimento letterario e culturale. In ventisette anni, non è mai stata selezionata una sola autrice donna, nemmeno nel 2026.
Non si tratta di una dimenticanza, quanto piuttosto di una coincidenza statistica. Appare una scelta, reiterata con tale costanza da diventare un sistema che racconta, con la precisione impietosa dei numeri, quanto le voci delle donne siano ancora considerate periferiche nel canone ufficiale della cultura italiana, quella che lo Stato decide di trasmettere ai suoi giovani nel momento più formalmente significativo del loro percorso scolastico.
La Maturità non è un esame qualunque, ma il rito di passaggio attraverso cui una generazione si misura con la cultura che il Paese ha scelto di consegnarle. Scegliere sistematicamente autori maschi per l’analisi del testo significa inviare un messaggio preciso, anche quando nessuno lo pronuncia ad alta voce: la letteratura che conta, quella degna di studio e di riflessione approfondita, ha sempre avuto una voce maschile. Le donne, semmai, restano sullo sfondo.
Eppure la letteratura italiana, la storia, il giornalismo, la politica, la scienza, resistono alla prova del tempo, sono pieni di voci femminili straordinarie. Presenze che hanno raccontato l’Italia meglio di molti dei loro colleghi maschi, con una lucidità, un coraggio ed una originalità che meriterebbero ben altro spazio di ascolto.
Oriana Fallaci: il coraggio come mestiere
Nata a Firenze nel 1929, Oriana Fallaci ha incarnato meglio di chiunque altro l’idea che il giornalismo possa essere una forma d’arte militante. Le sue interviste ai potenti della Terra, da Henry Kissinger all’ayatollah Khomeini, da Indira Gandhi a Yasser Arafat, restano ancora oggi modelli insuperati di dialogo scomodo, in cui la giornalista non si limitava a registrare le parole del suo interlocutore ma le smontava, le contestava, le metteva alla prova con una tenacia quasi brutale.
Nei romanzi autobiografici come Lettera a un bambino mai nato e Un uomo, dedicato al combattente greco Alekos Panagulis, rivelò una dimensione più intima, capace di trasformare il dolore personale in riflessione universale. La sua prosa era muscolare, diretta, senza ornamenti superflui. Morì nel 2006, dopo aver attraversato con la stessa intensità delle sue interviste la lotta contro il cancro e la controversia delle sue ultime opere sulla civiltà occidentale. Chiunque la ami o la contesti, Fallaci rimane una presenza inaggirabile nel panorama culturale italiano del Novecento. Sarebbe stata una scelta perfetta per la Maturità.
Margherita Hack: le stelle come lingua madre
Margherita Hack nacque a Firenze nel 1922 e morì nel 2013 a Trieste, la città che aveva scelto come sua casa intellettuale e dove aveva guidato per decenni l’Osservatorio Astronomico. Fu la prima donna italiana a dirigere un osservatorio astronomico statale. Comunicatrice straordinaria, capace di rendere accessibile l’immensità dell’universo a chiunque avesse voglia di ascoltarla, fu una presenza costante nella divulgazione scientifica italiana. Vegetariana convinta, atea dichiarata, libertaria in politica, incarnava una coerenza rara tra valori teorici e scelte pratiche. La sua figura ha contribuito a dimostrare che la scienza non è un territorio riservato agli uomini. I suoi testi di divulgazione, limpidi e appassionati, avrebbero offerto agli studenti una prova straordinaria di scrittura scientifica al servizio della chiarezza.
Rita Levi Montalcini: la scoperta che vale una vita
Premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina nel 1986 per la scoperta del fattore di crescita nervosa, Rita Levi Montalcini rappresenta uno dei casi più straordinari di perseveranza scientifica della storia contemporanea. Nata a Torino nel 1909 in una famiglia ebraica, condusse parte delle sue ricerche durante la seconda guerra mondiale nascosta in una casa di campagna, in condizioni di clandestinità imposte dalle leggi razziali fasciste. Quella ostinazione nel fare scienza anche sotto la persecuzione disse tutto su chi fosse questa donna. Senatrice a vita della Repubblica Italiana dal 2001, fondatrice di una onlus per l’istruzione delle ragazze africane, continuò a lavorare e a pensare fino agli ultimi anni della sua lunga vita, spentasi nel 2012 a centotré anni. La sua autobiografia, Elogio dell’imperfezione, è un testo di rara bellezza intellettuale. Non è mai entrata nella Maturità.
Franca Rame: il palcoscenico come territorio politico
Franca Rame fu attrice, drammaturga e attivista politica in una misura talmente inscindibile da rendere impossibile separare l’arte dalla militanza. Nata nel 1929 in una famiglia di teatranti girovaghi, portò sul palco la condizione delle donne con una forza e una lucidità che il teatro italiano raramente aveva conosciuto. I monologhi scritti insieme a Dario Fo, suo compagno di vita e di scena, come Tutta casa, letto e chiesa, diventarono manifesti politici mascherati da commedie, capaci di raggiungere platee vastissime con messaggi di emancipazione. Rame subì violenze gravissime nel 1973, rapita e aggredita da un gruppo di neofascisti. La sua risposta fu continuare a fare teatro, a parlare, a stare in scena. Morì nel 2013 lasciando un catalogo artistico e umano di straordinaria profondità. La sua scrittura teatrale, densa di lingua popolare e tensione civile, avrebbe rappresentato per gli studenti un incontro autentico con la letteratura impegnata.
Elsa Morante: la narratrice assoluta
Elsa Morante è probabilmente la più grande narratrice italiana del Novecento, riconoscimento che arriva lento, com’è tradizione per le voci femminili, ma che si consolida a ogni rilettura. Nata a Roma nel 1912, scrisse romanzi che sfidano il tempo non per la loro modernità formale ma per la loro capacità di andare al cuore dell’esperienza umana con una precisione quasi insopportabile. La Storia, pubblicato nel 1974, racconta la guerra attraverso gli occhi degli ultimi con una intensità che pochi libri del Novecento possono eguagliare. L’isola di Arturo, Premio Strega nel 1957, è un romanzo sull’infanzia e sulla perdita di una potenza che non teme confronti. Morante non apparteneva a nessuna corrente letteraria. Viveva ai margini dei movimenti, con quella solitudine aristocratica che è propria dei veri originali. La sua assenza dalla Maturità è una lacuna che definisce, meglio di qualsiasi analisi critica, i limiti del canone ufficiale italiano.
Matilde Serao: la fondatrice
Nessun discorso sulle donne che hanno costruito la cultura italiana può prescindere da Matilde Serao. Nata a Patrasso nel 1856, fondò nel 1892 insieme al marito Edoardo Scarfoglio il quotidiano Il Mattino di Napoli. Giornalista instancabile, romanziera prolifica, narratrice della Napoli popolare e borghese con una precisione che nessun altro scrittore del suo tempo avrebbe saputo eguagliare, fu la prima donna italiana candidata al Premio Nobel per la Letteratura, nel 1926. I suoi romanzi, da Il ventre di Napoli a La virtù di Checchina, ritraggono una società con un realismo denso di partecipazione emotiva. Serao capiva la città che descriveva, ne conosceva le strade, le miserie, le speranze. La sua scrittura era giornalismo elevato a letteratura. Eppure agli studenti italiani non viene mai offerta la possibilità di incontrarla davvero.
Alda Merini: la poetessa che l’Italia ha amato e dimenticato
Se esiste un caso emblematico di quanto il canone ufficiale italiano sia capace di contraddirsi, è quello di Alda Merini. Celebratissima in vita, tradotta in tutto il mondo, riconosciuta come una delle voci poetiche più potenti del secondo Novecento, Merini è entrata nell’immaginario collettivo italiano in modo quasi paradossale: tutti ne conoscono qualche verso, pochissimi la studiano davvero a scuola, e la Maturità non l’ha mai considerata degna di un’analisi del testo.
Nata a Milano nel 1931, cominciò a scrivere versi in adolescenza con una precocità che non lasciava dubbi sul suo talento. La sua vita fu attraversata da una sofferenza che non cercò mai di nascondere: internata per la prima volta in manicomio nel 1947, vi tornò più volte nel corso degli anni, in un percorso che avrebbe schiacciato chiunque altro. Merini ne fece materia poetica di straordinaria intensità. La Terra Santa, raccolta del 1984 che descrive l’esperienza manicomiale, è uno dei libri di poesia più importanti della letteratura italiana del dopoguerra, un documento umano e artistico che non ha equivalenti per coraggio e per bellezza.
La sua lingua era al tempo stesso essenziale e visionaria, capace di toccare l’assoluto partendo dall’esperienza più concreta e corporea. Scrisse d’amore, di Dio, della follia, della maternità, del dolore, sempre con una franchezza che non ammetteva mediazioni. Le sue poesie circolano sui social media, vengono incise sui muri delle città, citate nei discorsi pubblici. La scuola italiana, però, continua a tenerla ai margini del programma ufficiale. Alda Merini morì nel 2009, a Milano, nella stessa città in cui era nata, lasciando un’opera che il mondo legge e che il sistema scolastico italiano fatica ancora ad adottare come merita.
Un silenzio che è una scelta
Studiarle, citarle nelle commemorazioni ufficiali, inserirle nei programmi scolastici come nomi in un elenco non basta.
L’analisi del testo alla Maturità è un atto diverso: è la scelta di consegnare a una generazione intera una voce con cui misurarsi in profondità, da cui ricevere uno stimolo intellettuale duraturo. Ventisette anni di esclusione sistematica delle autrici da questo spazio non sono un dettaglio amministrativo.
Raccontano un’idea di cultura in cui le donne restano al margine del canone, ammirate in astratto ma escluse dal centro. Ampliare quello spazio, finalmente, non sarebbe un gesto di cortesia verso la parità di genere, bensì un atto di onestà intellettuale verso la letteratura italiana, che nelle sue voci femminili ha custodito alcune delle pagine più alte e più vere che questo Paese abbia mai prodotto.
Foto: Foto propria
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