Gramsci aveva ragione: il Sud paga ancora il conto. L’autore sardo scriveva La questione meridionale nel 1926, parlando di un Nord industriale che considerava il Sud arretrato per natura, quasi per destino biologico. La sua intuizione restava semplice e tagliente: il divario non nasceva da un difetto dei meridionali, ma da un blocco di potere che aveva interesse a mantenere il Mezzogiorno come riserva di manodopera e di voti, senza investirci risorse reali. Cent’anni dopo i numeri raccontano una storia sorprendentemente fedele a quella diagnosi, con qualche variazione che vale la pena raccontare.
La spesa pubblica racconta più di mille discorsi
I dati confermano un divario strutturale nella spesa per servizi essenziali tra Nord e Sud.
Le differenze nella spesa comunale per studente, per asili nido, per viabilità e infrastrutture tra città come Milano, Bologna, Torino da una parte e Napoli, Bari, Reggio Calabria dall’altra, sono ampiamente documentate da fonti come Openpolis e Istat e rispecchiano una struttura della finanza locale che premia chi parte già da una base economica più solida. Il meccanismo è quasi automatico: i trasferimenti statali e i fondi propri dei comuni dipendono in larga parte dalla capacità fiscale del territorio, e un comune più ricco riesce a finanziare scuole, asili e strade con risorse aggiuntive che un comune povero non ha. Non è un complotto del Nord contro il Sud, è semplicemente la logica di un sistema che non ha mai davvero perequato le condizioni di partenza, esattamente come denunciava Gramsci quando parlava di un’unità nazionale costruita senza redistribuzione reale.
Salari, il divario che si allarga invece di chiudersi
Il Rapporto Svimez 2025 mostra che la perdita di potere d’acquisto nel quinquennio 2021-2025 ha raggiunto il 4,3% nel Mezzogiorno contro il 3,6% del Centro-Nord, mentre nel 2023 i lavoratori a tempo pieno e indeterminato del Nord hanno percepito una retribuzione mediana annua superiore di circa 5.000 euro rispetto a quella del Sud. È un dato che smentisce chi pensa che il problema meridionale sia ormai superato: il gap salariale non solo resiste, ma in alcuni indicatori si allarga. Curiosamente lo stesso rapporto certifica che il Pil del Mezzogiorno cresce più del Centro-Nord per il quarto anno consecutivo, grazie soprattutto agli investimenti pubblici del Pnrr nelle opere infrastrutturali. È un segnale che quando lo Stato investe davvero, e non si limita a parole, il Sud risponde. Il problema resta la discontinuità: una crescita legata ad un piano straordinario e temporaneo, non ad una correzione strutturale del modello di finanziamento.
La lezione della Germania, presa sul serio
Il confronto con la riunificazione tedesca, spesso citato sui social con cifre approssimative, ha un fondamento reale anche se va maneggiato con cautela: la Germania ha investito centinaia di miliardi di marchi nei Länder orientali nei primi anni Novanta attraverso il Fondo Unità Tedesca e i trasferimenti di solidarietà, con un impegno concentrato in pochi anni e con obiettivi infrastrutturali precisi. L’ Italia ha speso per il Mezzogiorno cifre significative nei decenni, ma diluite, discontinue, spesso interrotte da tagli e da cicli politici opposti. Gramsci non conosceva ovviamente il caso tedesco, ma la sua analisi anticipava esattamente questo punto: senza un intervento straordinario, concentrato e duraturo, il divario non si chiude da solo per effetto del mercato. Anzi tende a riprodursi, perché chi parte avvantaggiato accumula vantaggio cumulativo nel tempo.
L’autonomia differenziata come nuova questione settentrionale
Qui il quadro si complica e tocca il cuore del dibattito attuale. Il residuo fiscale, cioè la differenza tra quanto un territorio versa allo Stato e quanto riceve in servizi, è effettivamente molto alto per Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna: la Lombardia da sola supera abbondantemente i 50 miliardi annui secondo le stime più citate.
Su questa base poggia la richiesta di autonomia differenziata, secondo cui quelle regioni dovrebbero trattenere una quota maggiore delle proprie entrate fiscali per finanziare competenze aggiuntive in sanità, scuola, infrastrutture. Una simulazione spesso ripresa stima che se le tre regioni trattenessero il 90% di Irpef, Ires e Iva per le materie di propria competenza, lo Stato perderebbe circa 112 miliardi di euro di entrate fiscali per finanziare il debito pubblico, cifra che secondo alcune valutazioni Svimez sale fino a 190 miliardi se si considerano anche le entrate previdenziali.
È il numero da cui parte chi critica l’autonomia differenziata come una secessione silenziosa dei ricchi. Gramsci, da meridionale e da intellettuale che guardava al blocco storico tra industriali del Nord e agrari del Sud, avrebbe probabilmente letto in questa riforma una versione aggiornata dello stesso meccanismo: non più i baroni agrari a frenare il Sud dall’interno, ma un sistema istituzionale che rischia di formalizzare e blindare un divario già esistente, sganciando le regioni più ricche dalla logica della solidarietà nazionale prevista dalla Costituzione.
Cosa direbbe Gramsci oggi
Gramsci non proponeva assistenzialismo, suggeriva alleanza politica tra operai del Nord e contadini del Sud, e soprattutto investimento produttivo capace di rompere la dipendenza strutturale del Mezzogiorno. Tradotto in termini contemporanei, la sua lezione auspicherebbe tre direzioni concrete: vincolare i fondi di coesione a risultati verificabili e non a logiche elettorali, definire i Livelli Essenziali delle Prestazioni prima di concedere qualunque autonomia differenziata.
Cosicché nessuna regione possa scendere sotto una soglia comune di servizi, ed investire in modo continuativo nelle infrastrutture educative e sanitarie del Sud invece di affidarsi a piani straordinari che si esauriscono in pochi anni. I numeri di oggi, dal divario salariale alla spesa per asili nido fino al residuo fiscale, dimostrano che la questione meridionale gramsciana non è un capitolo chiuso della storia italiana, bensì un problema strutturale ancora aperto, che cambia forma a seconda della stagione politica ma che continua a misurarsi, prima di tutto, in euro.
Foto: Foto propria
Rimani aggiornato
Iscriviti alla newsletter di DIA Journal e ricevi ogni settimana i migliori articoli direttamente nella tua casella di posta.
I tuoi dati sono al sicuro. Niente spam, solo contenuti di qualità. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.










