
Un artista campano tra i capolavori d’Europa
La storia di Francesco Solimena è una di quelle che appartengono al territorio prima ancora che alla storia dell’ arte.
Si tratta, infatti, di un pittore che nacque nell’entroterra campano, si formò nella bottega paterna tra le strade di Nocera, diventò il dominatore indiscusso della scena artistica napoletana del Settecento e conquistò le corti di tutta Europa senza mai allontanarsi troppo dalla sua terra.
Oggi, due suoi capolavori sono conservati alla National Gallery di Londra, uno dei musei più importanti al mondo. Questa rappresenta una presenza che dice molto sull’altezza raggiunta da quest’ artista e, insieme, sullo spessore culturale di una regione che ancora troppo spesso fatica a riconoscere il proprio patrimonio.
Chi era Francesco Solimena: le radici nocerine di un genio barocco
Francesco Solimena nacque il 4 ottobre 1657 a Canale di Serino, nell’avellinese, da Angelo Solimena e Marta Resignano. Si formò presso la bottega del padre a Nocera dei Pagani, l’attuale Nocera Inferiore, città di origine della madre, dove la famiglia aveva stabilito la propria dimora.

Nocera non fu soltanto il luogo dell’infanzia, ma anche il primo laboratorio di un pittore destinato a diventare celeberrimo. Le prime opere documentate, realizzate tra il 1670 e il 1680 in collaborazione con il padre Angelo, comprendono il “Paradiso” nella cattedrale di Nocera e la “Visione di San Cirillo d’Alessandria” nella chiesa di San Domenico a Solofra. Il territorio dell’Agro nocerino conserva dunque le prime tracce di una mano che avrebbe poi decorato chiese, palazzi nobiliari e sale di corte in tutta Europa.

Noto ai contemporanei come l’Abate Ciccio, un soprannome che gli derivava dall’abito di foggia clericale che era solito indossare in pubblico, Solimena era terziario domenicano. La sua vita fu interamente dedicata all’arte: secondo il suo biografo Bernardo De Dominici, “insin dalla sua giovanezza non diede di se alcun scandalo, né in materia di giuoco, né di illeciti amori”, e il suo unico svago era recarsi la sera a casa dell’amico Alessandro Scarlatti ad ascoltare musica
Da Nocera a Napoli: la formazione di un maestro
Dopo la morte di Luca Giordano, Solimena divenne il pittore di riferimento della scuola napoletana, acquisendo una reputazione internazionale. Nel suo stile combinò la teatralità barocca con elementi classici mutuati da maestri come Raffaello.
A partire dal 1680 e negli anni successivi realizzò una serie di composizioni ariose, spesso caratterizzate dalla presenza di complesse scenografie architettoniche, che divennero un tratto distintivo della sua produzione artistica. Tra i lavori più significativi conservati a Napoli si ricordano gli affreschi con le Virtù nella Basilica di San Paolo Maggiore, la Cacciata di Eliodoro dal tempio nella Chiesa del Gesù e gli affreschi della Cappella di San Filippo Neri nella Chiesa dei Gerolamini.
La sua fama non rimase confinata ai confini del Regno di Napoli. Le sue tele raggiunsero Londra, la Catalogna, Strasburgo, e fu tra gli artisti più ricercati dalle corti italiane ed europee. Realizzò tele bibliche per la famiglia Durazzo di Genova e affreschi per San Giorgio di Salerno. Tutto questo, senza quasi mai muoversi da Napoli e dai dintorni, tranne un solo breve viaggio a Roma nel 1701 è documentato nell’arco di un’intera carriera.

I due dipinti alla National Gallery: Didone, Enea e Luigi XIV
Alla National Gallery di Londra sono custodite due opere di Solimena che testimoniano la varietà e la grandezza del suo talento.
La prima, e più celebre, è “Didone riceve Enea e Cupido nelle sembianze di Ascanio”, olio su tela di 207 × 310 cm datato intorno al 1710. Il soggetto è tratto dall’Eneide di Virgilio: nel primo libro del poema, Enea giunge a Cartagine. Preoccupata per la sua incolumità, Venere trama per proteggerlo inviando Cupido travestito da Ascanio, figlio di Enea. Didone viene così ingannata e cade innamorata di Enea, dando inizio a una storia d’amore destinata a concludersi tragicamente con il suicidio della regina. Solimena trasforma questo episodio in una scena di corte straordinariamente animata, dove la luce cade sui tessuti, sulle carni, sulle architetture con la sicurezza di chi domina ogni strumento del mestiere. La composizione è teatrale senza essere artificiosa: ogni figura ha il suo peso, ogni gesto racconta qualcosa.
La seconda opera è l'”Allegoria di Luigi XIV”, del 1700, un omaggio al re di Francia che testimonia quanto il nome di Solimena circolasse già allora nelle corti europee più potenti
Un patrimonio che viene da qui
Francesco Solimena morì il 5 aprile 1747 nella sua villa di Barra, che aveva progettato e costruito egli stesso. Le sue spoglie riposano nella chiesa domenicana di Santa Maria a Barra. Aveva novant’anni, una carriera lunga quasi un secolo, un catalogo sterminato di opere distribuite nei musei più importanti del mondo.
Eppure, il nome di Solimena resta ancora poco conosciuto al grande pubblico campano, nonostante le sue radici affondino proprio nella nostra terra. La National Gallery di Londra gli dedica due sale, il Louvre di Parigi e il Metropolitan Museum di New York conservano sue opere, e la cattedrale di San Prisco a Nocera Inferiore porta ancora i segni della sua mano giovane.

Vale la pena ricordarlo bene ed amarlo come ho imparato a fare io stessa.

Foto: Foto propria
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