
Sigfrido Ranucci rappresenta da oltre trent’anni uno dei volti più riconoscibili del giornalismo d’inchiesta italiano.
Il suo nome è legato a Report, la trasmissione di Rai 3 che dirige e conduce dal 2017, ma il suo percorso professionale affonda le radici in una carriera costruita passo dopo passo, tra redazioni locali, inviati di guerra e inchieste che hanno toccato interessi enormi, da quelli della criminalità organizzata a quelli della politica.
Gli inizi e la costruzione di un metodo
Nato a Roma il 24 agosto 1961, Ranucci si laurea in Lettere alla Sapienza e muove i primi passi professionali collaborando con Paese Sera, storica testata della sinistra italiana.
Nel 1989 approda al Tg3, dove si occupa inizialmente di cronaca e sport, e negli anni successivi collabora con Rai International e Rai News 24 in qualità di inviato, seguendo tra l’altro i conflitti nei Balcani.
Il 2001 segna una svolta importante nella sua carriera: durante un’inchiesta sulle stragi di mafia, ritrova e pubblica l’ultima intervista rilasciata dal giudice Paolo Borsellino prima della sua morte, un documento rimasto inedito per anni e che getta nuova luce sui rapporti tra Marcello Dell’Utri, Vittorio Mangano e Silvio Berlusconi.
Negli anni seguenti firma inchieste su temi delicati come il traffico illecito di rifiuti, l’uso di armi non convenzionali e l’utilizzo del fosforo bianco da parte dell’esercito statunitense a Fallujah, lavoro che gli vale riconoscimenti internazionali.
Nel 2006 entra a far parte della squadra di Report, allora condotta da Milena Gabanelli, di cui diventa coautore. Nel 2017 le succede alla conduzione, assumendo anche la responsabilità editoriale del programma.
Il modo di intendere il giornalismo
Per Ranucci il giornalismo d’inchiesta non è mai stato un esercizio distaccato di cronaca, ma un lavoro che richiede pazienza, verifica costante delle fonti e disponibilità ad affrontare conseguenze personali pesanti.
Le sue inchieste hanno spesso toccato nervi scoperti del potere economico e politico italiano, dalla gestione dei fondi pubblici alla criminalità organizzata, passando per i rapporti opachi tra istituzioni e ambienti massonici o mafiosi.
Questa impostazione, fatta di verifiche puntuali e di un rapporto quasi ossessivo con i documenti, lo ha reso un punto di riferimento per intere generazioni di giornalisti investigativi, ma gli ha anche procurato negli anni una lunga serie di inimicizie, querele e, come si è visto, minacce dirette alla sua incolumità.
Anni di minacce e scorta
Da agosto 2021 Ranucci vive sotto scorta 24 ore su 24.
La decisione arriva dopo minacce di morte legate, secondo quanto lui stesso ha raccontato, ad ambienti della ‘ndrangheta, in relazione ad alcune rivelazioni contenute nel suo libro “Il patto: da Ciancimino a Dell’Utri”. Nel 2024 il giornalista trova due proiettili davanti alla propria abitazione, un episodio interpretato come un avvertimento intimidatorio.
La situazione precipita nella notte del 16 ottobre 2025, quando un ordigno esplosivo viene fatto brillare sotto l’auto di Ranucci parcheggiata davanti a casa, a Pomezia.
L’esplosione distrugge anche l’auto della figlia, parcheggiata accanto, e danneggia l’abitazione vicina. Nessuno resta ferito, ma la potenza della carica, secondo quanto riferito da colleghi della redazione di Report, avrebbe potuto avere conseguenze fatali se qualcuno fosse transitato in quel momento.
Le indagini della Direzione distrettuale antimafia portano nei mesi successivi all’arresto di quattro persone ritenute gli esecutori materiali dell’attentato: Pellegrino D’Avino, la sua compagna, Saverio Mutone e Antonio Passariello, quest’ultimo indicato come colui che avrebbe materialmente piazzato l’ordigno. Nel luglio 2026 le indagini si allargano a Valter Lavitola, imprenditore ed ex giornalista editore, già coinvolto in passato in diverse vicende giudiziarie, che viene iscritto nel registro degli indagati come presunto mandante dell’attentato.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Lavitola avrebbe incaricato un intermediario, il cittadino camerunense Gomes Clesio Tavares, di reperire persone in grado di procurare l’esplosivo. A Lavitola viene contestato, in concorso con gli altri indagati, anche il reato di strage aggravato dal metodo mafioso.
Ranucci, legato a Lavitola da un rapporto di amicizia nato dopo che quest’ultimo era stato oggetto di inchieste di Report, ha commentato la notizia dell’indagine parlando di sconcerto e dichiarandosi convinto della sua innocenza fino a prova contraria, pur non escludendo che possano emergere responsabilità concrete. Le indagini sul movente restano tuttora aperte e gli inquirenti non escludono nessuna pista.
Le pressioni interne e la questione della censura
Alle minacce fisiche si è affiancato negli anni un altro fronte di tensione, quello interno alla Rai. Nel luglio 2025 Ranucci denuncia una riduzione delle proprie responsabilità editoriali, con la sottrazione della firma su contratti e trasferte, giustificata dall’azienda come semplice adeguamento normativo.
Il sindacato Usigrai segnala nello stesso periodo una progressiva riduzione degli spazi dedicati a Report e un clima di ostilità nei confronti della redazione, culminato in dichiarazioni pubbliche che definiscono lo staff del programma con toni denigratori senza che l’azienda prenda le distanze.
Questi episodi vengono letti da larga parte del mondo dell’informazione come segnali di un tentativo di ridimensionare uno dei pochi spazi di giornalismo investigativo rimasti nel servizio pubblico.
Vita privata e riconoscimenti
Cattolico praticante, Ranucci è sposato con Marina, conosciuta quando lui aveva ventun anni, e ha con lei tre figli: Giordano, laureato in Lettere e insegnante, Michela, specializzata nella cura di bambini con disabilità, ed Emanuele, che studia Giurisprudenza. La famiglia vive nella zona costiera romana di Campo Ascolano, teatro dell’attentato del 2025.
I riconoscimenti
Nel corso della carriera Ranucci ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Ilaria Alpi, il Premiolino, il Premio Flaiano per la televisione e il Premio Penne Pulite, oltre a menzioni internazionali per le sue inchieste sul traffico di rifiuti radioattivi e sull’uso di armi non convenzionali. È autore di due libri, “Ecofollie”, scritto con Milena Gabanelli, e “Il patto: da Ciancimino a Dell’Utri”, oltre al più recente “La scelta”, pubblicato nel 2024.
La sua storia personale, fatta di inchieste scomode, scorta permanente e ora di un attentato che ha coinvolto anche la sua famiglia, resta un caso emblematico delle difficoltà che il giornalismo d’inchiesta continua ad affrontare in Italia, sospeso tra il rischio concreto per l’incolumità fisica e le pressioni più sottili che si consumano dentro le redazioni.
Foto: Foto propria
Rimani aggiornato
Iscriviti alla newsletter di DIA Journal e ricevi ogni settimana i migliori articoli direttamente nella tua casella di posta.
I tuoi dati sono al sicuro. Niente spam, solo contenuti di qualità. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.










