Donnacce al Quadriportico: quando la scena diventa specchio (Generata con AI (GPT IMAGE 1))
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Donnacce al Quadriportico: quando la scena diventa specchio

Il Quadriportico di Santa Maria delle Grazie torna a farsi teatro di vita vera, e venerdì 24 luglio, alle ore 21, ad aprire la sedicesima edizione di “Teatrando al Quadriportico” sarà “Donnacce”, commedia in due atti di Gianni Clementi portata in scena dall’Associazione Artistica 30 Allora per la regia di Vincenzo Russo. Un titolo che potrebbe trarre in inganno chi si aspetta solo leggerezza, perché dietro la comicità della scrittura si nasconde una materia densa, capace di toccare corde che non smettono mai di riguardarci da vicino.

Uno spettacolo da vedere ed interiorizzare

Nunzia e Tullia, le due protagoniste, dividono da due anni lo stesso tetto e lo stesso mestiere. Una sognatrice e solare, l’altra disillusa e stanca di un tempo che ha smesso di regalarle sorprese. Alla vigilia di un viaggio in Egitto atteso come premio di una vita intera, l’irruzione di un uomo misterioso ribalta ogni progetto e le costringe a una scelta che pesa più delle piramidi che sognavano di visitare. La commedia gioca sul crinale tra il perbenismo delle maschere sociali e la spontaneità di chi, pur vivendo ai margini, conserva una generosità che il perbenismo stesso spesso non conosce.

Valore sociale del teatro

Trovo che opere come questa abbiano un valore che va oltre l’intrattenimento serale. Raccontare la vita di due donne che vivono di prostituzione significa inevitabilmente sfiorare il tema della violenza di genere, anche quando lo spettacolo lo fa con il filtro dell’ironia. Sono convinta che di questi argomenti si debba parlare sempre, senza sconti e senza pudori di comodo, perché il silenzio è stato per troppo tempo lo strumento più efficace per lasciare invisibili certe sofferenze. Non basta l’indignazione occasionale che si accende dopo un fatto di cronaca per poi spegnersi in fretta. Serve una consapevolezza costante, coltivata nelle scuole, nei teatri, nelle case, capace di restituire dignità a chi troppo spesso viene ridotta a stereotipo.

Opinione personale

Chi conosce certi ambienti dal punto di vista psicologico sa quanto sia complesso il percorso che porta una donna a trovarsi in certe condizioni di vita, e quanto raramente si tratti di una scelta libera fino in fondo. Le dinamiche di sfruttamento, i ricatti affettivi, le fragilità pregresse costruiscono spesso una trappola silenziosa da cui uscire richiede anni, sostegno, reti sociali solide. Dal punto di vista sociologico, la questione si intreccia con la povertà, con la marginalità, con modelli culturali che continuano a mercificare il corpo femminile pur condannandolo a parole. Sul piano legislativo, invece, il dibattito resta aperto da decenni, diviso tra chi propone la depenalizzazione regolamentata e chi ritiene che ogni forma di prostituzione nasconda comunque una forma di violenza strutturale. Non credo esistano risposte semplici, ma credo fermamente che la complessità non debba mai diventare un alibi per non affrontare l’argomento.

La necessità del teatro

Il teatro, in questo senso, ha una funzione preziosa. Riesce a portare in scena la sofferenza senza appesantirla di retorica, lasciando che sia il pubblico, tra una risata e un silenzio, a interrogarsi su ciò che ha visto. “Donnacce” sembra muoversi esattamente su questo crinale, restituendo umanità a due figure che la società relega troppo spesso ai margini del racconto collettivo.

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“Tutti pazzi per Umby”

L’appuntamento del Quadriportico prosegue poi sabato 25 luglio, sempre alle 21, con “Tutti pazzi per Umby”, spettacolo della Compagnia On Teatro Formazione scritto da Marco Ziello, che ne firma la regia insieme a Licia Amarante. Qui il registro cambia completamente e si entra in una dimensione metateatrale fatta di equivoci, prove concitate e la presenza ingombrante di un regista misterioso, in un gioco continuo tra identità reale e finzione scenica.

Due serate da non perdere

Due serate, due linguaggi diversi, un’unica certezza: il teatro, quando è fatto con cura, resta uno degli strumenti più autentici per continuare a raccontarci, anche nelle sfumature più scomode.

Foto: Foto propria

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