La palatella di Materdomini è un rito che non tramonta (Generata con AI (GPT IMAGE 1))
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La palatella di Materdomini è un rito che non tramonta

Un pane che non manca mai al quattordici agosto

Da quando ero piccola non ho mai saltato un anno senza la palatella. Il quattordici agosto, a Nocera Superiore, è tempo di questa tradizione meravigliosa. Mangiare la palatella, condividere il pane tipico dalle due estremità arrotondate insieme ai propri cari, è qualcosa che va tramandato, perpetuato, onorato, gustato. Non è un semplice gesto conviviale, è un filo che lega ogni estate della mia vita a quella di mia nonna, di mia madre, e oggi ai miei figli.

Le origini della palatella e il culto della Madonna

Un piccolo inciso sulle sue origini è necessario. La palatella nasce legata al culto della Madonna di Materdomini, il cui santuario custodisce, secondo la leggenda, l’immagine ritrovata su indicazione della Vergine apparsa in sogno a una contadina. Da allora, nella notte tra il 14 e il 15 agosto, i pellegrini che si recano al santuario per la festa dell’Assunta portano con sé questo pane dalla forma a caramella, farcito nella ricetta più antica con melanzane sott’aceto e alici salate. Un piatto povero, nato dalla devozione contadina, che accompagna il cammino da quasi mille anni.

Il ritrovamento del quadro, tra storia e leggenda

La vicenda che ha dato origine a tutto risale all’undicesimo secolo. Una contadina nocerina di nome Caramari ebbe in sogno l’apparizione della Vergine, che le indicò di scavare in un punto preciso, sotto una grande quercia dove la giovane era solita riposare. Sulle prime la donna non diede peso alla visione, pensando a un’illusione. Pochi giorni dopo arrivò una seconda apparizione, quella di un giovane misterioso, che la invitò nuovamente a obbedire. Caramari riuscì a convincere alcuni abitanti del luogo ad aiutarla, ma il primo scavo non diede risultati e la fiducia della gente vacillò.

Fu una terza apparizione a cambiare il corso degli eventi. La Madonna annunciò alla contadina che sarebbe rimasta cieca finché il dipinto non fosse stato ritrovato, e questa volta, con maggiore convinzione, gli scavi ripresero fino a riportare alla luce l’immagine sacra, conservata tra due tavole di legno di castagno. Su quel punto sorse la prima chiesetta, consacrata da Papa Niccolò II il primo maggio del 1061, embrione dell’attuale basilica santuario custodita oggi dai Frati Minori Francescani.

Il significato di un culto che dura da mille anni

La devozione per l’icona, chiamata Materdomini, ovvero madre di Dio, o più familiarmente “la Cona”, è cresciuta nei secoli alimentata dai miracoli che le sono stati attribuiti, diventando una delle Sette Sorelle mariane della Campania. Non è soltanto fede, è identità popolare. Ogni anno pellegrini da tutta la regione arrivano con carri e tosèlli addobbati di fiori, cantano inni sacri, recitano il rosario, ballano al ritmo delle tammorre in una notte che è insieme sacra e paesana. La palatella, in questo contesto, non è un contorno della festa, ne è il cuore materiale: pane povero che i contadini portavano con sé nel lungo cammino verso il santuario, quando alla vigilia dell’Assunzione non si mangiava carne, e che ancora oggi tiene insieme la terra e il mare, con le melanzane sott’aceto e le alici sotto sale.

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La mia palatella, tra tradizione e affetti

Ognuno, naturalmente, può condirla come preferisce. Io, oltre alle tradizionali acciughe e all’olio, ho voluto aggiungere il sapore genuino dei miei pomodori, raccolti oggi pomeriggio nell’orto insieme a mio figlio Luca, e un bocconcino di bufala, tipico prodotto campano. Ho unito così tradizione e gusto in una versione lievemente innovativa, senza tradire l’anima antica di questo pane.

Mi sono deliziata, mi sono divertita. Un’esperienza culinaria che sfido i migliori chef pluristellati a imitare, perché quello che rende speciale la palatella non è la ricetta, è la mano che la prepara e la tavola attorno alla quale viene spezzata.

La Madonna di Materdomini

Un ringraziamento accorato e sentito alla Madonna di Materdomini, che da quasi mille anni continua a chiamare a raccolta la mia terra, la mia gente, e ogni volta anche me.

Foto: Foto propria

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