Perché Valter Lavitola avrebbe ordinato l’attentato contro Sigfrido Ranucci (Generata con AI (GPT IMAGE 1))
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Perché Valter Lavitola avrebbe ordinato l’attentato contro Sigfrido Ranucci

C’è una storia che sembra uscita da un romanzo politico, e invece è tutta nelle carte della Procura di Roma. Una storia di amicizia nata in un ristorante, di un giornalista sotto scorta e di un faccendiere che sognava di fabbricare un premier. È questa la trama che porta all’arresto di Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci.

Chi sono davvero i due protagonisti di questa vicenda

Per capire il movente bisogna partire da chi è Valter Lavitola. Salernitano, 60 anni, ex direttore de L’Avanti!, per anni è stato l’uomo ombra dei palazzi, l’intermediario informale di Silvio Berlusconi, il protagonista dello scandalo dell’appartamento di Montecarlo che fece cadere l’amicizia tra Berlusconi e Fini. Un passato giudiziario pesantissimo, più di quattro anni di carcere tra condanne per truffa, bancarotta, estorsione tentata ai danni dello stesso Berlusconi.

Dall’altra parte Sigfrido Ranucci, il volto di Report, uno dei giornalisti più esposti d’Italia, sotto scorta ininterrotta dal 2021. Due mondi opposti che si incontrano nel 2019, presentati da Guido Ruotolo al ristorante Cefalù, il locale di Lavitola a Roma.

Quello che nasce come rapporto professionale, Lavitola fonte per inchieste sui Canadair e sul Cantiere Navale Vittoria di Adria, Ranucci consulente informale sui crediti di carbonio in Camerun, diventa presto un’amicizia quotidiana. Telefonate tutti i giorni, famiglie che si frequentano, Lavitola che entra a via Teulada negli uffici Rai. Una frequentazione talmente stretta che nel maggio 2023 finisce sui giornali con le foto de Il Riformista. Ranucci non l’ha mai negata.

Ed è qui che la vicenda, a mio parere, inizia a farci riflettere. Perché un giornalista d’inchiesta del calibro di Ranucci ha bisogno di un rapporto così intimo con una figura così controversa, e perché questa amicizia è stata sottovalutata così a lungo.

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Il racconto di Lavitola e la versione che non convince i giudici

Il 10 agosto Lavitola viene arrestato. Due giorni dopo ammette, ha commissionato un’intimidazione, ma non la bomba. La sua versione è quasi surreale. Dice di aver saputo di un presunto complotto dell’intelligence israeliana per uccidere Ranucci a causa di un servizio sul Cantiere Navale Vittoria, non spiega da chi l’abbia saputo, non porta una prova, ma per salvarlo avrebbe incaricato il suo socio Gomes Clesio Tavares di trovare qualcuno che sparasse quattro o cinque colpi di pistola contro il muro della villetta del giornalista. L’obiettivo, far alzare il livello della scorta.

Una ricostruzione che il gip definisce senza mezzi termini inverosimile, fumosa, priva di qualsiasi riscontro. Ranucci era già al massimo livello di protezione, che senso avrebbe avuto. E poi c’è quel biglietto Roma Addis Abeba per il 4 luglio trovato durante una perquisizione, che per la difesa era solo un viaggio di lavoro per i crediti di carbonio, ma che per i giudici alimenta il pericolo di fuga.

A me, personalmente, questa difesa sembra il tentativo maldestro di chi vuole coprire un disegno molto più grande, e molto più cinico, con una favola di protezione.

Il vero movente secondo la Procura, fabbricare un premier con un sondaggio

Ed è qui che arriva il punto centrale, quello che la Procura di Roma ritiene essere il vero movente, ed è politicamente sconvolgente.

Secondo gli inquirenti Lavitola non voleva proteggere Ranucci, voleva lanciarlo. Voleva trasformarlo nel leader del centrosinistra, nel candidato premier. Per farlo aveva messo in piedi un’operazione di marketing politico degna di un romanzo distopico.

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A febbraio 2026 contatta Stefano Cappellini, allora vicedirettore di Repubblica, e gli parla di un misterioso candidato che spaccherebbe i sondaggi americani. Ad aprile Cappellini gli manda una decina di domande per un questionario, consigliandogli di rivolgersi a un istituto serio. Lavitola gli dice di aver coinvolto anche Paolo Mieli. Il 29 aprile sostiene che la bozza sia stata vista da Mieli e da Ranucci stesso. Il 9 giugno arriva il colpo di scena, inoltra a Cappellini delle correzioni che attribuisce proprio a Ranucci e rivela il nome, il candidato è Sigfrido Ranucci.

Cappellini risponde che è una follia, che Ranucci non potrebbe mai prevalere su Elly Schlein o Giuseppe Conte, e non pubblica nulla. Non crede al sondaggio americano, non crede alla candidatura.

Ma per la Procura il piano era chiaro. Il sondaggio serviva a creare consenso artificiale, la bomba doveva fare il resto, trasformare Ranucci nell’uomo perseguitato, nel giornalista coraggioso colpito perché scomodo, nel simbolo da votare. Una costruzione dell’immagine dell’uomo perseguitato per far schizzare la popolarità alle stelle.

Ranucci conosceva il progetto del sondaggio, ha suggerito modifiche al questionario, ma, ed è fondamentale sottolinearlo, non è indagato. Non c’è nessuna prova che sapesse dell’attentato.

Dalla pistola alla bomba, chi ha deciso davvero

Lavitola ora scarica tutto su Tavares, attualmente latitante in Camerun. Dice, io avevo chiesto solo colpi di pistola, sono stati loro a mettere la bomba, io non ho protestato perché lo scopo dimostrativo era comunque raggiunto. Ma il gip non ci crede. Esclude che Tavares abbia agito da solo senza il consenso di Lavitola.

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Tavares, intervistato al Tg1 il 15 agosto, dice di voler tornare prestissimo, pur sapendo che verrà arrestato. La Procura intanto prepara la richiesta di estradizione.

E mentre tutto questo accade, la Rai si muove. L’11 agosto Matteo Salvini chiede la sospensione di Ranucci da Report. Il 13 agosto il Comitato etico consegna a Giampaolo Rossi una relazione riservata che, secondo le indiscrezioni, segnala criticità proprio sull’amicizia con Lavitola, sull’invio di una mail aziendale all’esterno e sui giudizi espressi da Ranucci su dirigenti e colleghi. Per ora sono state sospese le repliche estive, non la conduzione.

La mia opinione, da osservatrice, è che siamo davanti a due piani che si sovrappongono in modo inquietante. Da un lato il piano giudiziario, dove un faccendiere tenta di usare un attentato come strumento di costruzione del consenso, una cosa che pensavamo appartenesse agli anni Settanta. Dall’altro il piano deontologico, che interroga tutti noi sul confine tra fonte e amicizia, tra giornalismo e frequentazioni opache.

Se la tesi della Procura fosse confermata, non saremmo davanti a un semplice atto intimidatorio, ma a un tentativo di manipolare l’opinione pubblica fabbricando un leader a tavolino, con un sondaggio ritoccato e una bomba come acceleratore di popolarità. E questa, al di là delle responsabilità penali che accerterà la magistratura, è una ferita profonda per la credibilità del giornalismo e della politica italiana.

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Foto: Immagine generata con AI

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