Back view of unrecognizable person in hoodie demonstrating carton placard with Love Should not Hurt inscription during anti violence protests (Anete Lusina, Pexels)
Cultura 6 min di lettura

Femminicidio, il potere che uccide

Femminicidio, il potere che uccide. Una donna viene uccisa perché ha smesso di obbedire.

Lo ripete da anni Paola Di Nicola Travaglini, giudice della Corte di Cassazione e tra le voci più autorevoli in Italia sul tema della violenza contro le donne, e lo ha ribadito di recente in un intervento al Tg3 che merita di essere ascoltato per intero, non solo commentato di sfuggita nei titoli dei telegiornali.

L’autore di un femminicidio, ha spiegato la magistrata, è «un uomo che impone la propria autorità e ritiene che la violazione di quell’autorità non gli consenta di essere riconosciuto in quanto maschio». Una definizione che smonta in una sola frase decenni di narrazione sbagliata, quella del raptus, della gelosia malata, dell’amore che si trasforma in tragedia. Non è amore, è potere che non tollera un diniego, un NO, un BASTA, È FINITA.

La definizione che cambia lo sguardo

Chi segue da tempo il lavoro di Paola Di Nicola Travaglini sa che la sua battaglia culturale, prima ancora che giuridica, riguarda il linguaggio.

Consulente della Commissione parlamentare sul femminicidio, prima magistrata a firmarsi al femminile nelle aule di giustizia italiane, autrice di saggi che hanno formato generazioni di operatori del diritto, ha costruito negli anni un’analisi rigorosa secondo cui il femminicidio va letto come delitto di potere e non come delitto passionale. Chiamarlo diversamente, ha sostenuto in più occasioni, significa continuare a spostare l’attenzione da chi uccide a chi subisce, in una logica che finisce per colpevolizzare ancora una volta la vittima.

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II suo intervento al TG3

Nel suo intervento al Tg3 la giudice ha ricordato anche uno strumento concreto, il numero 1522, gratuito e attivo ventiquattr’ore su ventiquattro, da chiamare senza esitazione ogni volta che una donna avverte paura di un uomo o di una relazione.

Non è un dettaglio tecnico, bensì la differenza tra restare sole dentro una casa diventata pericolosa e trovare qualcuno che ascolti prima che sia troppo tardi.

Gli ultimi femminicidi, che non sono mai gli ultimi

Scrivo queste righe mentre in Italia si discute ancora del femminicidio di Tania Terrin, la donna di trentanove anni uccisa a Ferragosto a Camponogara, in provincia di Venezia, dall’ex compagno che poi si è tolto la vita, per certi aspetti simile a quello della Cavese Anna Tagliaferri.

Il caso è diventato oggetto di dibattito politico dopo che è emerso che l’uomo era già stato denunciato da Terrin e da altre donne, ma aveva ricevuto soltanto un ammonimento, una misura meno incisiva rispetto al divieto di avvicinamento, al braccialetto elettronico o alla custodia cautelare. Nei giorni immediatamente precedenti e successivi, le cronache hanno registrato altri nomi che si aggiungono ad un elenco che sembra non fermarsi mai: Ornella Forastefano, uccisa nel cosentino, un’anziana di settantasei anni uccisa a Sant’Angelo a Cupolo dal marito coetaneo, Carmela Bifano, settantadue anni, trovata senza vita in un fondo agricolo nell’area di Corigliano. Ogni volta si ripete lo stesso copione fatto di segnalazioni ignorate, di misure di prevenzione troppo deboli, di famiglie che scoprono solo dopo quanto fosse già scritto quel destino.

Il nuovo reato di femminicidio

Il nuovo reato di femminicidio, introdotto nel codice penale ed entrato in vigore lo scorso dicembre, rappresenta un passo importante sul piano simbolico e giuridico, perché per la prima volta lo Stato riconosce con un nome preciso un fenomeno che ha una sua specificità strutturale. Ma un nome nuovo nel codice non basta a fermare una mano già alzata. Continuiamo a leggere di ammonimenti che non proteggono, di donne che denunciano e restano comunque sole, di uomini che si presentano come mariti gelosi o compagni disperati quando in realtà stanno solo esercitando fino in fondo quel possesso che avevano sempre creduto legittimo.

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Educazione affettiva a scuola, non più rinviabile

Se il femminicidio nasce da una cultura del possesso che si insegna e si trasmette, allora la prevenzione vera comincia molto prima delle aule dei tribunali. Deve iniziare nelle scuole, sin dalla primaria, con una disciplina strutturata di educazione affettiva e sessuale che oggi in Italia continua a mancare in modo sistematico ed organico.

Non si tratta di anticipare argomenti che spaventano i genitori, ma di dare ai bambini e alle bambine gli strumenti per riconoscere il rispetto, il consenso, il confine tra affetto e controllo, fin dai primi anni di vita scolastica. Un ragazzo che cresce imparando che il corpo dell’altro non gli appartiene, che un no va accolto senza trattative, che la rabbia per un rifiuto non giustifica mai la violenza, diventerà con più probabilità un adulto capace di stare in una relazione senza pretendere di possederla.

Le scuole italiane hanno il dovere di smettere di considerare questa materia come un’opzione facoltativa da relegare a qualche incontro estemporaneo con le associazioni del territorio. Credo debba diventare curriculare, continuativa, seria, come la matematica o la storia.

La mia indignazione, senza sconti

Come giornalista, come sociologa, come donna che ha dedicato una parte importante della propria vita civile alla battaglia per le pari opportunità, non riesco e non voglio abituarmi. Ogni volta che leggo di un nuovo nome aggiunto a quella lista provo la stessa rabbia della prima volta, e considero un dovere non lasciarla mai spegnere in assuefazione. La violenza contro le donne non ha bisogno di un pugno per esistere. Essa è presente già quando un uomo controlla il telefono della propria compagna, quando le impedisce di vedere le amiche, quando le nega l’accesso al proprio stipendio o le sottrae ogni autonomia economica, quando la umilia con parole scelte apposta per farla sentire meno di niente.

Violenza fisica, violenza verbale, violenza economica sono la stessa radice che cresce in forme diverse, e chi tace davanti ad una qualsiasi di queste forme sta comunque scegliendo un campo. Io il mio campo l’ho scelto da tempo, e continuerò a scriverne, ad insegnarlo, a pretenderlo nelle e dalle istituzioni, finché quella lista non smetterà finalmente di allungarsi. Le scarpe rosse, le panchine non bastano.

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Numero utile, indispensabile

Se hai paura di un uomo o di una relazione, chiama il numero 1522. È gratuito, attivo ogni giorno, e può essere l’inizio di una via d’uscita.

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Foto: Immagine generata con AI

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