Educazione sessuo-affettiva il referendum supera le 500mila firme
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Educazione sessuo-affettiva il referendum supera le 500mila firme

Una mobilitazione che parla alle scuole e alla politica

Più di cinquecentomila cittadini hanno chiesto che l’educazione sessuo-affettiva trovi finalmente spazio nelle scuole, senza le limitazioni introdotte dalla legge 104 del 9 giugno 2026, conosciuta come legge Valditara. In poco più di un mese la proposta di referendum “Sì educazione affettiva nelle scuole” ha superato la soglia necessaria, raccogliendo adesioni online e ai banchetti in ogni angolo d’Italia. Un traguardo raggiunto senza grandi apparati organizzativi, attraversando persino il mese di agosto, come sottolineano con orgoglio i promotori Fabrizio Marrazzo e Marina Zela, che invitano comunque a continuare a firmare perché ogni adesione in più rafforza la richiesta politica.

Da donna, da giornalista, da madre di tre figli, guardo a questo risultato con la consapevolezza di chi conosce bene quanto silenzio, quanta omertà culturale abbiano permesso per troppo tempo che certi temi restassero fuori dalle aule. Educare al rispetto, al consenso, alle relazioni non è un’opzione da concedere caso per caso: è un diritto che riguarda ogni ragazza e ogni ragazzo, a qualunque età, con linguaggi adeguati e responsabili.

Che cosa prevede la legge che si vuole abrogare

La normativa oggi in vigore stabilisce che per partecipare alle attività scolastiche legate alla sessualità sia necessario il consenso informato preventivo dei genitori, ai quali va messo a disposizione in anticipo il materiale didattico. Chi non aderisce si astiene dalla frequenza. La legge introduce inoltre limiti specifici per le attività rivolte ai più piccoli. I promotori del referendum chiedono l’abrogazione integrale di questo impianto, convinti che l’educazione affettiva non possa essere subordinata al filtro familiare quando si tratta di formare cittadini consapevoli e rispettosi.

È una battaglia che tocca da vicino chi, come me, lavora ogni giorno sui temi della parità di genere e della prevenzione della violenza. Le famiglie hanno certamente un ruolo insostituibile, ma la scuola resta il luogo dove si costruisce una cultura comune del rispetto, capace di raggiungere anche chi in famiglia non trova ascolto.

Il legame con i femminicidi che hanno segnato il Paese

I promotori del referendum collegano esplicitamente questa mobilitazione ai femminicidi che hanno scosso l’Italia negli ultimi mesi. Ricordano l’appello del padre di Lorena Isceri, che ha chiesto alla politica di lavorare nelle scuole, e sottolineano come questa richiesta non possa essere dimenticata una volta spente le telecamere. Le forze politiche, di fronte a ogni nuova tragedia, richiamano puntualmente la necessità di investire su prevenzione, rispetto e relazioni sane. Ora oltre cinquecentomila firme chiedono che quelle parole si traducano in fatti concreti.

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Quante volte abbiamo ascoltato promesse di impegno subito dopo un femminicidio, salvo poi vederle svanire nel giro di poche settimane. Questa firma collettiva è anche un modo per dire che la memoria delle vittime non può ridursi a un titolo di giornale, ma deve trasformarsi in strumenti reali di prevenzione, a partire dai banchi di scuola.

Le prossime tappe dell’iter referendario

Superata la soglia delle firme, tocca ora alla Corte di Cassazione verificarne la validità. La Corte Costituzionale dovrà invece pronunciarsi sull’ammissibilità del quesito entro il 10 febbraio 2027. Se l’iter proseguirà secondo la norma, il referendum potrà svolgersi entro giugno 2027, mentre un eventuale scioglimento anticipato del governo ne comporterebbe la sospensione, con la ripartenza del percorso un anno dopo le nuove elezioni.

Un tema che i partiti non potranno più ignorare

Marrazzo e Zela guardano già oltre l’esito referendario e chiedono che l’educazione sessuo-affettiva diventi un punto centrale dei programmi elettorali alle prossime elezioni politiche. A prescindere dal percorso che il referendum seguirà, ribadiscono che da oggi nessuna forza politica potrà considerare questo tema marginale, perché le firme raccolte dimostrano una domanda reale di educazione al rispetto e alla prevenzione.

Come giornalista e come donna impegnata da sempre contro ogni forma di sopruso, credo che questo risultato vada oltre la battaglia referendaria in sé. È il segnale di un Paese che comincia a rifiutare le scorciatoie e le semplificazioni sui temi della violenza di genere, e che chiede alla politica il coraggio di investire davvero sulla formazione delle nuove generazioni. Perché prevenire, prima ancora che punire, resta l’unico modo serio per fermare i femminicidi.

Foto: Foto propria

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