Oltre 700 licei in agitazione, un ministro costretto a convocare i sindacati e una nuova mobilitazione già fissata per martedì: gli studenti francesi si fanno ascoltare, in Italia le piazze fanno molta meno strada.

Ci sono Paesi che le rivoluzioni le hanno inventate e non hanno mai smesso di praticarne lo spirito, la Francia è uno di questi. Da giorni gli studenti dei licei transalpini hanno trasformato le scuole in un fronte aperto, e il governo di Parigi si trova a fare i conti con una generazione che ha deciso di non aspettare.
I numeri di una mobilitazione che pesa
Venerdì 2 ottobre il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray ha parlato di 735 istituti coinvolti da blocchi e disordini, il 30% in meno rispetto al giorno precedente, su circa 3.700 licei del Paese. Quasi 400 sono rimasti chiusi, molti hanno scelto la didattica a distanza e in tutta la Francia si contano circa duemila fermi, il 90% dei quali riguarda minorenni. Sono cifre che nessun governo può liquidare con una dichiarazione di circostanza.
Il prezzo della rabbia
Le immagini che arrivano da Parigi, Nantes e Lione non si possono né ignorare né giustificare. Il portone del liceo Verlomme è stato carbonizzato, l’ingresso del liceo Nelson Mandela di Nantes è stato distrutto da un incendio e resterà chiuso fino alle vacanze di Ognissanti. Nel bilancio dato dal ministro, 65 dipendenti scolastici sono rimasti feriti, tra cui 40 presidi, mentre la governatrice dell’Île-de-France Valérie Pécresse ha stimato danni per 7 milioni di euro nella sola regione di Parigi. Il ministro della Giustizia Gérald Darmanin ha chiesto che a pagare le riparazioni siano i genitori. Venerdì, intanto, i feriti sono stati tre contro i 31 del giorno prima, un segnale che la tensione sta scendendo.
Cosa chiedono i ragazzi
Al centro ci sono richieste concrete, cioè migliori condizioni di insegnamento, più risorse per le scuole, orari più sostenibili, attenzione alla salute mentale e edifici in condizioni dignitose. Dopo l’incontro con il ministro, i sindacati studenteschi hanno parlato di alcune risposte ottenute ma di nessun impegno vero, dicendosi un po’ delusi. Per questo l’Union syndicale lycéenne ha invitato a continuare, con una nuova giornata nazionale martedì, la cosiddetta azione III, a cui aderiscono anche Cgt e Solidaires. Il tutto a sette mesi dalle presidenziali del 2027, un tempismo che rende il confronto ancora più delicato per l’esecutivo.
E noi, che cosa facciamo
Anche in Italia la solidarietà è arrivata, con le manifestazioni previste a Roma e Genova e l’annuncio di restare in piazza fino al 20 novembre. È un segnale prezioso, perché dimostra che una voce giovane esiste anche da noi. Il confronto, però, resta impietoso, dato che i nostri scioperi e cortei raramente arrivano a costringere il potere a sedersi al tavolo con questa urgenza. Alla nostra tradizione di proteste annunciate, ordinate e presto dimenticate manca proprio quella continuità ostinata che Oltralpe sta dando i suoi frutti.
Non servono roghi e non servono scontri, serve la stessa determinazione, la stessa capacità di non mollare dopo il primo giorno e di tornare in piazza finché qualcuno non risponde davvero. I ragazzi francesi, con tutte le contraddizioni di questi giorni, ci ricordano che i diritti non si ottengono per concessione. Sarebbe bello che da noi bastasse prenderne esempio, con meno violenza e con la stessa tenacia.
Foto: Foto propria
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