Milan-Napoli, analisi Pellegatti: crisi, attacco, Allegri e assenza società
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Milan-Napoli, analisi Pellegatti: crisi, attacco, Allegri e assenza società

Eccomi qua, a commentare l’ennesimo martedì amaro, da tifosa milanista.

Fa male, inutile girarci intorno: sentire Carlo Pellegatti, giornalista sportivo che seguo e adoro da oltre 35 anni, parlare di sogni di gloria ufficialmente chiusi, mette i brividi, perché se persino lui, che è l’ottimismo fatto persona, alza “bandiera bianca”, significa che siamo davvero arrivati al capolinea. Fa rabbia vedere il Milan scivolare al terzo posto, superato proprio da quel Napoli che, parliamoci chiaramente, non mi è sembrato affatto imbattibile. È questo che brucia di più: aver perso contro una squadra normale perché noi, a un certo punto, abbiamo deciso di smettere di giocare e di rintanarci nella nostra area a sperare in un miracolo che non è arrivato.

La colpa dove sta? Un po’ ovunque, purtroppo. Davanti siamo il deserto totale: è straziante guardare i numeri di un attacco dove Jimenez non segna da gennaio e Füllkrug sembra un lontano ricordo di se stesso. Se poi ci aggiungi un Nkunku ancora a secco in questo 2026, capisci che Allegri ha le mani legate, ma fino a un certo punto. Infatti non si può accettare di vedere una squadra che al 60° minuto tiri i remi in barca e rinunci a lottare, come se si fosse spenta la luce, e noi tifosi siamo lì a chiederci perché il girone di ritorno sia diventato questo calvario infinito.

Ma la cosa che mi ferisce profondamente, e qui Carlo ha toccato un nervo scoperto, è questa sensazione di solitudine. È desolante sapere che in trasferta l’unico rappresentante della società sia Igli Tare. Ma il Presidente? L’Amministratore Delegato? Dove sono quando la squadra ha bisogno di sentire il fiato e l’appoggio di chi comanda? Il calcio è passione, è presenza, è star vicino ai ragazzi nei momenti bui. Vedere le poltrone vuote mentre noi ci facciamo il fegato amaro sugli spalti o davanti alla TV fa sentire questo Milan un po’ più freddo, un po’ più “aziendale” e meno famiglia. Io lo sapevo bene che dopo la cacciata di Paolo Maldini avrei assistito a questo declino turpe, ma non mi ci abituo.

Alla fine restano le briciole di una prestazione dove solo Pavlović ha mostrato cosa significhi avere il fuoco dentro, salvando tutto il salvabile finché ha potuto. Per il resto, vedere giganti come Modrić e Rabiot vagare per il campo con quella sufficienza mi fa capire che il problema è profondo. Adesso ci dicono di difendere il terzo posto, di guardare avanti, ma con questo ritmo da amichevole e questo vuoto intorno, tornare a sorridere sembra un’impresa titanica. Siamo passati dalle trombe alle campane, come dice Carlo, e purtroppo oggi suonano a “morto” per le nostre speranze di scudetto.

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Annalisa Capaldo

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