Tasse e servizi: chi paga davvero in Italia
Economia e Fiscalità 4 min di lettura

Tasse e servizi: chi paga davvero in Italia

L’80% del gettito fiscale viene da pochi

I dati del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali raccontano una storia che si preferisce non raccontare Quasi l’80% di tutte le imposte sui redditi dichiarati in Italia viene versato da una fascia molto ristretta di contribuenti. Più precisamente, il 13,14% dei dichiaranti, quelli che superano i 35mila euro lordi annui, sostiene da solo la quasi totalità del gettito Irpef. Gli altri, la grande maggioranza, dichiarano redditi bassissimi o non dichiarano quasi nulla. Eppure accedono agli stessi servizi pubblici: sanità, scuola, infrastrutture, assistenza sociale.

Ne parla Brambilla sul Sole 24 Ore

Alberto Brambilla, presidente dell’Osservatorio, presenta questi numeri al Festival di Trento ogni anno, e ogni anno la risposta politica è la stessa. Silenzio, o al massimo un dibattito che si esaurisce in pochi giorni senza produrre nulla.

Chi dichiara meno di 35mila euro

Su oltre 42 milioni di dichiaranti, circa 35.942.466, quelli che si fermano sotto i 35mila euro lordi, pagano nel complesso il 6,49% dell’Irpef totale. Sono circa 213.097 individui in più rispetto all’anno precedente, e vivono in media con meno di 3.200 euro al mese. Tra questi ci sono lavoratori part-time, pensionati minimi, autonomi con ricavi dichiarati molto contenuti. Ma ci sono anche, ed è questa la parte che i dati non riescono a isolare con precisione, chi percepisce redditi reali ben superiori a quelli dichiarati.

Le fasce che dichiarano meno

Quelli che dichiarano fino a 15mila euro lordi, circa 18,78% della popolazione, pagano il 3,8% del totale Irpef, pari a 14,03 miliardi per un’imposta pro capite di 36 euro al mese. È una cifra talmente bassa da rendere evidente che il sistema di prelievo, per questa fascia, è di fatto inesistente.

Il paradosso dei servizi gratuiti per tutti

Il punto più delicato che Brambilla solleva non riguarda tanto l’evasione fiscale in senso stretto, quanto la struttura stessa del welfare italiano. I servizi pubblici sono universali, ma il loro finanziamento è tutt’altro che universale. Chi dichiara redditi molto bassi accede gratuitamente, o quasi, a sanità, istruzione, trasporti, assistenza sociale. Quesro lo fa in larga parte grazie alle imposte versate da chi supera certi soglie di reddito.

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Il sistema sbagliato

Questo non significa che i poveri non meritino tutele, sarebbe un’conclusione rozza e sbagliata. Significa però che il sistema ha un problema strutturale: una base contributiva troppo stretta che regge un edificio sempre più pesante. E quando la base si restringe, o per evasione o per impoverimento reale, il rischio è che l’edificio inizi a scricchiolare.

La spesa pubblica che cresce senza controllo

I dati sulla spesa completano il quadro. Nel 2024 la sola Irpef è costata allo Stato circa 34,3 miliardi in esenzioni, detrazioni e agevolazioni varie. L’intero costo dei servizi pubblici erogati gratuitamente, o a tariffa ridotta, ha raggiunto i 545 miliardi di spesa complessiva. Di questa cifra, la differenza tra quanto i contribuenti versano e quanto ricevono in servizi è un dato che raramente viene comunicato con chiarezza, perché renderebbe evidente quanto sia squilibrato il rapporto tra contribuzione e fruizione per fasce molto ampie della popolazione.

Detto in soldoni

L’Irpef raccolta ammonta a circa 209 miliardi, ma il costo totale dei servizi pubblici supera ampiamente questo valore, e la differenza viene coperta da altre entrate fiscali, da deficit e da debito pubblico che si accumula anno dopo anni.

Il reddito medio che non corrisponde alla realtà percepita

Uno degli elementi più interessanti dell’analisi riguarda la distanza tra il reddito medio dichiarato e la realtà percepita da chi vive e lavora nel Paese. Il reddito medio dichiarato in Italia si colloca intorno ai 22mila euro lordi annui, ma questo valore è una media tra realtà molto diverse: lavoratori dipendenti il cui reddito è completamente tracciabile, e una vasta platea di autonomi, professionisti, piccoli imprenditori per i quali la dichiarazione non sempre riflette la capacità di spesa reale.

Come appare l’ Italia sulla carta

Il risultato è che l’Italia appare, sulla carta, un paese di redditi medio-bassi, con una pressione fiscale che grava in modo sproporzionato su dipendenti e pensionati, le categorie meno in grado di modulare il proprio imponibile, mentre chi ha margini di manovra maggiori riesce a restare abbondantemente sotto le soglie più penalizzate.

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Cosa significa riformare davvero il fisco

La questione che Brambilla pone, e che viene sistematicamente elusa, è questa: se si vuole un welfare universale, la contribuzione deve essere più ampia e più equa. Non si tratta di aumentare le tasse a chi già le paga, ma di allargare la base imponibile, ridurre le sacche di evasione e ripensare il sistema di agevolazioni che oggi premia spesso chi ha già strumenti per ottimizzare il proprio carico fiscale.

Conclusioni

Nessun governo degli ultimi vent’anni ha affrontato questo nodo con la linearità che richiederebbe, perché farlo significa toccare interessi diffusi, categorie elettoralmente rilevanti e un sistema di piccoli privilegi fiscali talmente ramificato da essere quasi invisibile. Eppure i numeri, ogni anno, raccontano la stessa storia e si fa finta di non sentirla.

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