Finale Champions solo su Sky (Generata con AI (GPT IMAGE 1))
Calcio 6 min di lettura

Finale Champions solo su Sky

Stasera PSG e Arsenal si giocano la coppa più ambita d’Europa, la finale di Champions League. Una partita che non si potrà vedere, a meno che non si possegga un abbonamento Sky o l’illegale “pezzotto”. Per la prima volta nella storia televisiva italiana, la finalissima europea scompare dal segnale in chiaro.

Così la finale Champions sarà visibile solo a pagamento e la coppa della grandi orecchie viene oscurata ingiustamente.

Sparisce dai salotti di chi non può permettersi una pay tv e scopare definitivamente da quella dimensione collettiva e popolare che ha fatto grande questo sport.

Una milanista cresciuta a pane e Coppa dei Campioni

Permettetemi di essere un po’ personale, anzi del tutto personale. Ho una prospettiva privilegiata su questa storia, anche se “privilegiata” è una parola che stride con ciò che provo stasera. Sono cresciuta milanista, figlia di un uomo che tifava Napoli ma che al calcio, in tutte le sue forme, non ha mai saputo rinunciare.

Mio padre non aveva avuto il maschio che forse si aspettava, ma una figlia che fin da bambina si sedeva accanto a lui davanti al televisore senza bisogno di essere invitata. Lui per il Napoli, io per il Milan: due fedi diverse, un unico rito condiviso.

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I miei ricordi da Campionessa d’Europa

La Coppa dei Campioni, quella vera, quando si chiamava ancora così, era casa mia. Il Milan di Arrigo Sacchi mi aveva insegnato cosa fosse il calcio totale. Fabio Capello mi aveva mostrato che vincere è un’arte e Carletto Ancelotti regalato le notti di Istanbul, di Atene, di Manchester, di tutto ciò che può significare una finale europea vissuta col cuore in gola. Mio padre invece, napoletano fino al midollo, l’Europa non ce l’aveva davvero nel suo DNA calcistico.

Quella Coppa dei Campioni era un mondo che ammirava da lontano, con rispetto ma senza la familiarità viscerale che io avevo acquisito quasi per osmosi, seguendo il Milan stellare stagione dopo stagione.

Il mercoledì di Coppa era un rito di famiglia

Ricordo perfettamente com’erano quelle serate infrasettimanali. Mia madre in cucina, il profumo della cena che si diffondeva per la casa. Il televisore acceso, magari con un’immagine un po’ nebbiosa, il segnale incerto. Mentre mia madre e mia sorella sbuffavano e si lamentavano perché “monopolizzavano” sempre la TV per le partite di calcio, io e papà fremevano e tifavamo, commentando azione per azione.

Eppure il fascino era intatto, anzi amplificato da quella qualità precaria, quasi a ricordarci che quello che stavamo vedendo arrivava da lontano, da stadi mitici e città sconosciute che io immaginavo come città di fiaba. Real Madrid, Ajax, Nottingham Forest, Steaua Bucarest erano nomi che suonavano come incantesimi. Terzini olandesi volanti, centrali teutonici rocciosi, alette iberiche di una fantasia imprendibile, centravanti inglesi che dominavano l’area di rigore come se fosse territorio di loro proprietà. Il calcio era poco in televisione, raro, e proprio per questo bellissimo, accessibile a tutti, però. A mio padre, a mia madre, a me bambina che sognavo le città di quei club come mete di un viaggio che un giorno avrei fatto.

Il Milan non si è qualificato, ma la finale la oscurano lo stesso

Arrivo al presente con un salto che fa quasi sorridere, se non facesse così male. Quest’anno il Milan non si è nemmeno qualificato alla Champions League, un fatto in sé già abbastanza eloquente sullo stato delle cose. Ma la beffa definitiva, l’apice di questa stagione storta, non è la mancata qualificazione, bensì la finale che non posso vedere perché qualcuno ha deciso che la coppa più importante del calcio europeo è un prodotto premium, riservato a chi può pagare. La nostalgia mi avvolge in tutta la sua quintessenza, qualcosa di preciso, con un contorno nitido.

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Rimpiango un tempo in cui il calcio apparteneva a tutti, in cui una bambina meridionale, di famiglia operaia, poteva innamorarsi del Milan e del calcio europeo semplicemente perché la televisione glielo mostrava, gratis, nel salotto di casa.

Il SuperBowl in chiaro, la Champions a pagamento: chi ha perso la testa?

Negli Stati Uniti il SuperBowl viene trasmesso in chiaro ogni anno. L’evento sportivo più ricco e commercializzato del mondo rimane accessibile a chiunque abbia un televisore. È il rito collettivo di un intero paese, quattro ore in cui milioni di famiglie si riuniscono attorno allo stesso schermo. Quella ritualità produce cultura, memoria condivisa, senso di appartenenza. Il calcio europeo ha smarrito tutto questo e non per caso, ma per scelta di chi governa questo sport, intento ad estrarre profitto fino all’ultima goccia da una risorsa che sembrava inesauribile. Il risultato è un prodotto ipertrofico, presente su mille piattaforme sette giorni su sette, ventiquattro ore al giorno, sempre più costoso, sempre meno amato nel senso autentico del termine.

Conclusioni di una partita del calcio

Questa finale tra PSG e Arsenal non entrerà nella memoria popolare di nessuno e non ci sarà il ragazzino che la ricorderà come il momento in cui si è innamorato del calcio, così come non ci sarà la famiglia riunita davanti allo schermo e non ci sarà quella bambina che sogna le città europee, il lavoro di giornalista che si costruisce nella fantasia. Mio padre non c’è più a vedere questa deriva e mi piace pensare che forse è un modo gentile con cui il destino lo ha risparmiato.

Nostalgia canaglia

Infine mi piace ricordare le domeniche del Totocalcio col mio papà abilissimo a fare i “sistemi” e qualche volta ad azzeccare le 12 o 13 partite vincenti, non vi erano le “bollette” ossia le scommesse di oggi, ma solo la splendida schedina. Inoltre le partite le ascoltavamo rigorosamente in radio alle 15, tutte di domenica, poi imperdibili 90° minuto, Pressing con Raimondo Vianello. Proprio dalle voci di Sandro Ciotti e Bruno Pizzul, prima ancora dell’amato Sandro Piccinini, oltre che dall’ innata passione per la scrittura e la lettura, nacque in me la voglia di diventare una giornalista.

Altro calcio, altre persone

La celebre citazione attribuita (ma in realtà di origine apocrifa) a Vujadin Boškov recita:“Se un uomo ama una donna più di una birra gelata davanti alla TV con la finale di Champions League, forse è vero amore, ma non è un vero uomo.” Questa battuta, pur essendo popolarissima sul web e tra gli appassionati di calcio, non è mai stata realmente pronunciata dall’ex allenatore. Le massime autentiche e storiche di Boškov sono invece perle di saggezza (e ironia) calcistica entrate nel linguaggio comune, come: “Rigore è quando l’arbitro fischia. “”La partita finisce quando l’arbitro fischia. “”Per vincere bisogna segnare un gol in più degli avversari.”

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Foto: Foto propria

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