Ciao, Capitano (Generata con AI (GPT IMAGE 1))
Calcio 6 min di lettura

Ciao, Capitano

Ciao, Capitano. 1989. Avevo dieci anni quando mi innamorai del calcio, e mi innamorai del calcio innamorandomi del Milan. Il Milan di Arrigo Sacchi, quello che i giornali dell’epoca chiamavano “stellare”, quello che aveva riscritto le regole di uno sport intero prima ancora che io imparassi a capirlo davvero. Ero una bambina, e già sapevo che stavo guardando qualcosa di irripetibile.

Franco Baresi, la colonna invalicabile

In difesa c’era lui. Franco Baresi. Una colonna invalicabile, come le Colonne d’Ercole per gli antichi: un limite oltre il quale nessun avversario passava.

Un uomo serio, di poche parole, che con uno sguardo riusciva a dire più di mille discorsi e si faceva rispettare da tutti, anche dagli avversari, anche da chi avrebbe voluto odiarlo e non ci riusciva. Ho imparato dai tifosi di allora, e poi da me stessa, crescendo, che quel modo di stare in campo, silenzioso e granitico, era già una lezione di vita prima ancora che di calcio.

Il degno erede, la lettera che commuove

Di quella scuola, il degno erede fu Paolo Maldini.

Ed è sua la lettera che voglio riportare qui integralmente, perché dice, meglio di come potrei fare io, cosa ha significato Franco Baresi per chi lo ha avuto accanto in campo:

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“Ciao Franco, Oggi provo la stessa sensazione di quando, per un qualsiasi motivo, non potevi scendere in campo al nostro fianco: come faremo senza il nostro Capitano? Mi hai insegnato a lottare fino all’ultimo respiro, cosa significhino l’attaccamento alla maglia e il valore di essere un vero leader. Lo hai fatto con l’esempio, ogni giorno: poche parole, ma tantissimi fatti. Mi hai protetto quando ero un bambino, mi hai guidato da ragazzo e mi hai ispirato da uomo. Sei stato il calciatore più forte con cui abbia mai avuto l’onore di giocare. Un abbraccio affettuoso a tutta la tua famiglia, in particolare a tua moglie Maura e ai tuoi figli, Edoardo e Giannandrea. Ci mancherai, Capitano. Ma la luce della tua stella continuerà ad accompagnarci per sempre.”

Chi era Franco Baresi: una vita, una sola maglia

Nato l’8 maggio 1960 a Travagliato, in provincia di Brescia, Franco Baresi ha legato l’intera carriera al Milan: dal settore giovanile fino al ritiro, senza mai indossare un’altra maglia. Esordì in prima squadra il 23 aprile 1978, appena diciassettenne, voluto in campo da Nils Liedholm. Da lì iniziò una storia lunga vent’anni, chiusa nel 1997, per un totale di 719 presenze ufficiali, un record superato solo, in seguito, dallo stesso Maldini.

La carriera da Capitano milanista

Diventò capitano a soli 22 anni, nella stagione 1982-83, e non lasciò più quella fascia. Restò al Milan anche attraverso le due retrocessioni in Serie B dei primi anni Ottanta, prima di essere protagonista assoluto della rinascita rossonera targata Silvio Berlusconi e, soprattutto, del Milan di Arrigo Sacchi e poi di Fabio Capello. Fu proprio con Sacchi che Baresi, da libero moderno e interprete perfetto della difesa a zona, entrò definitivamente nella leggenda, diventando un modello per intere generazioni di allenatori e difensori.

Il suo palmarès

Il suo palmarès in rossonero racconta da solo un’epoca: sei Scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, tra le due e le tre Supercoppe UEFA a seconda delle fonti, quattro Supercoppe Italiane e una Coppa Mitropa. Il Milan gli ritirò la maglia numero 6, un riconoscimento mai visto prima nel calcio italiano. Con la Nazionale conquistò il Mondiale di Spagna 1982 (pur senza scendere in campo, riserva dell’esperto Gaetano Scirea) e fu capitano dell’Italia finalista al Mondiale USA ’94, quando tornò in campo dopo un infortunio al menisco per giocare la finale contro il Brasile, in una delle prestazioni difensive più intense e commoventi della sua carriera.

I soprannomi

Soprannominato prima “Piscinin”, il piccolino, per la sua statura minuta, e poi “Kaiser Franz”, in omaggio a Franz Beckenbauer, Baresi ha rappresentato per un’intera generazione l’idea stessa di cosa significhi essere un capitano: guida silenziosa, esempio quotidiano, fedeltà assoluta ai colori.

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La lunga battaglia: dall’estate 2025 a oggi

La malattia entra nella sua storia nell’agosto 2025, quando un controllo medico di routine rivela una nodulazione polmonare. Viene operato con tecnica mini-invasiva: l’intervento riesce, e a dicembre dello stesso anno Baresi torna a San Siro, accolto dall’affetto di tutta la tifoseria. Segue un percorso di cure, tra cui l’immunoterapia.

La fiaccola olimpica

A febbraio 2026 arriva uno dei momenti più emozionanti della sua vita pubblica: porta la fiaccola olimpica a San Siro, in occasione delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina, al fianco dell’amico ed ex capitano dell’Inter Beppe Bergomi. Appare affaticato, ma sorride. “Il peggio è passato”, dice in quei giorni, raccontando quanto l’essere stato atleta lo abbia aiutato a resistere.

Il ritorno della malattia

Poi, nei mesi successivi, il ritorno della malattia. Le uscite pubbliche si diradano, i messaggi sui social si fanno più rari e più intensi: a novembre 2025 un laconico “viva la vita”, a dicembre un “tornare a casa” scritto a corredo di uno scatto in tribuna. Negli ultimi giorni, il ricovero d’urgenza e l’aggravarsi delle condizioni, fino alla notte tra il 30 e il 31 luglio 2026, quando Franco Baresi si è spento a 66 anni, circondato dagli affetti più cari. I funerali si terranno martedì 4 agosto nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano.

Il ricordo che non passa

Non se ne va soltanto un campione. Se ne va un modo di intendere lo sport e la vita: poche parole, tantissimi fatti, come ha scritto Maldini. Se ne va un uomo che ha insegnato, senza mai alzare la voce, cosa significhi restare fedeli a qualcosa fino in fondo ad una maglia, ad un gruppo, ad un’idea di sé.

Ciao, Franco. Il mio primo, unico, inimitabile Capitano

Ribadisco che avevo dieci anni quando ho imparato il tuo nome insieme al nome dell’amore per il calcio, e le due cose, in me, sono rimaste per sempre la stessa cosa. Non ti ho mai conosciuto di persona, eppure mi hai insegnato qualcosa che porto ancora addosso: che si può essere forti senza essere sopra le righe, autorevoli senza essere prepotenti, leader restando, in fondo, persone serie e silenziose. Sei stato il primo capitano che ho amato, e resterai l’unico, inimitabile, indimenticabile Franco Baresi. Grazie di tutto, Capitano. Riposa in pace.

Foto: Foto propria

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