
Perché questa notizia mi tocca da vicino
La Rai ha tolto a Sigfrido Ranucci la conduzione di Report.
Al suo posto arrivano Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, una scelta che gli inviati della squadra hanno accolto con un dissenso tale da minacciare l’addio collettivo.
Lo scrivo con un nodo in gola, perché per chi come me crede ancora in un giornalismo che scomoda il potere invece di servirlo, questa non è una semplice sostituzione ai vertici di un programma.
Le pressioni della maggioranza
Da settimane diversi esponenti della destra di governo chiedevano provvedimenti contro Ranucci, accusandolo di essere fazioso, vulnerabile e inaffidabile. Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini era stato tra i più insistenti, e dopo l’annuncio ha commentato con un secco «Giusto così».

Ranucci aveva più volte lasciato intendere che la maggioranza cercasse solo un pretesto per censurarlo, ricordando che Report ha spesso indagato su politici di destra vicini al governo.
In Italia il controllo della Rai passa in gran parte dal parlamento, che nomina i dirigenti principali e stabilisce le linee di indirizzo dell’azienda pubblica.
Il rapporto logorato con i vertici Rai
A pesare non è stata solo la pressione politica esterna. Il direttore dei programmi di approfondimento Paolo Corsini, ideologicamente vicino al governo e responsabile anche di Report, aveva un rapporto ormai compromesso con Ranucci. Corsini si era lamentato ripetutamente delle scelte editoriali del programma, accusandolo di concentrarsi molto più sul centrodestra che sul centrosinistra. Un logoramento interno che si è sommato alle pressioni della politica.
L’inchiesta su Ranucci e Lavitola
Va detto con onestà intellettuale, perché io per prima insegno che la verità non fa sconti a nessuno: un’inchiesta ha portato alla luce una consuetudine tra Ranucci ed Emilio Lavitola apparsa a molti problematica e compromettente per un giornalista della sua statura.

Lavitola era per Ranucci sia fonte che confidente intimo, un legame nato quando Ranucci si occupava professionalmente delle vicende giudiziarie che lo riguardavano, e trasformatosi poi in amicizia.
Sono state pubblicate intercettazioni in cui Ranucci condivideva con Lavitola documenti interni della Rai e in cui screditava pesantemente l’azienda.
Un dettaglio che non va archiviato con leggerezza, ma che a mio parere non giustifica mai la scelta politica di silenziare il programma che quell’uomo ha reso simbolo del giornalismo investigativo.

La bomba di Campo Ascolano
Non dimentico l’attentato di ottobre, quando una bomba esplose fuori dall’abitazione di Ranucci a Campo Ascolano, frazione del comune di Pomezia. Il bilancio: distrutte due sue automobili, senza fortunatamente causare feriti. A fine giugno, in seguito all’ arresto di quattro persone accusate di aver materialmente compiuto l’attentato, pochi giorni dopo proprio per Lavitola scattano le manette
Ad agosto Lavitola, dopo l’arresto, ha confessato di averlo organizzato, sostenendo però di averlo fatto per far rafforzare la scorta a Ranucci, temendo per la sua incolumità.
L’accusa è di strage, aggravata dal metodo mafioso, e negli ultimi vent’anni era già stato condannato più volte per vicende giudiziarie legate alla politica italiana.
Il mio rammarico da cittadina e da giornalista
Rimuovere Ranucci significa privare il paese di una voce che, con tutte le sue fragilità e le sue ambiguità, ha avuto il coraggio di indagare dove altri distoglievano lo sguardo, pagando quel coraggio anche sulla propria pelle.
Chi crede nel giornalismo come strumento di verità e non come megafono del potere non può che guardare a questa scelta con amarezza. Pessimismo dell’intelligenza, verrebbe da dire, ma la volontà di continuare a raccontare i fatti resta, oggi più di ieri, un dovere.
Foto: Foto propria
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